DEI RICCHI

2006 - Settembre - Settimana 2

Indice dei giorni


10/09/2006 * 11/09/2006 * 12/09/2006 * 13/09/2006 * 14/09/2006 *

Domenica 10 Settembre 2006

Chiesa. Benedetto XVI: l'Islam ha paura del cinismo dell'occidente

Rai.it, http://www.rai.it/news, 10/09/2006

Benedetto XVI dalla sua Baviera lancia l'allarme davanti ai 300mila fedeli che affollano la spianata della fiera di Monaco: "Le popolazioni dell'Africa e dell'Asia - dice il pontefice - ammirano le nostre prestazioni tecniche e la nostra scienza, ma al contempo si spaventano di fronte a un tipo di ragione che esclude totalmente Dio dalla visione dell'uomo, ritenendo questa la forma più sublime della ragione, da imporre anche alle loro culture". Il papa ha spiegato: "La vera minaccia per la loro identità non la vedono nella fede cristiana, ma invece nel disprezzo di Dio e nel cinismo che considera il dileggio del sacro un diritto della libertà ed eleva l'utilità a supremo criterio morale per i futuri successi della ricerca". Secondo Benedetto XVI, "questo cinismo non è il tipo di tolleranza e di apertura culturale che i popoli aspettano e che tutti noi desideriamo. La tolleranza di cui abbiamo urgente bisogno - dice - comprende il timor di Dio e il rispetto di ciò che per altri è cosa sacra".

Per Benedetto XVI questo rispetto "per ciò che gli altri ritengono sacro presuppone che noi stessi impariamo nuovamente il timor di Dio".

La fede in Dio, secondo il pontefice, "deve crescere" perché gli uomini di oggi hanno "una debolezza d'udito nei confronti di Dio". "Noi - ha detto il papa davanti ai fedeli - semplicemente, non riusciamo più a sentirlo perché sono troppe le frequenze diverse che occupano le nostre orecchie". Secondo il pontefice, l'errore è quello di considerare il Vangelo "pre-scientifico, non più adatto al nostro tempo".

Proporre il Vangelo, comunque, ribadisce il pontefice, non significa imporlo. "Non veniamo meno al rispetto di altre religioni e culture, al profondo rispetto per la loro fede, se confessiamo ad alta voce e senza mezzi termini - sostiene Benedetto XVI nell'omelia della grande messa - quel Dio che alla

violenza oppone la sua sofferenza; che di fronte al male e al suo potere innalza, come limite e superamento, la sua misericordia". "Questa fede - chiarisce il papa - non la imponiamo a nessuno. Un simile genere di proselitismo sarebbe contrario al cristianesimo. La fede può svilupparsi soltanto nella libertà. Facciamo però appello alla libertà degli uomini di aprirsi a Dio, di cercarlo, di prestargli ascolto".

Benedetto XVI, durante l'omelia, ha anche parlato delle emergenze delle ingiustizie e dell'Aids di fronte alle quali "non bastano le azioni sociali". Se si portano agli uomini soltanto "conoscenze, abilità, capacità tecniche e strumenti", senza credere in Dio, "si porta troppo poco".

Afghanistan. Rice: Talebani con piu' capacita' di quanto pensavamo, ma la NATO sta dando loro una lezione

Rai.it, http://www.rai.it/news, 10/09/2006

Ai microfoni della 'Fox', il segretario di Stato americano Condoleezza Rice ha ammesso le inattese difficoltà incontrate in Afghanistan, pur sottolienando i successi delle truppe del contingente Nato. I Talebani "stanno combattendo anche se sono alla corda", ha detto Rice: "Sono tornati a farsi vivi un po' più organizzati e con maggiori capacità di quanto ci saremmo aspettati".

Secondo il segretario di Stato, la risposta della coalizione si sta comunque dimostrando efficace: "Stanno imparando una dura lezione scontrandosi con le truppe Nato", ha detto la Rice, "e non penso che che in qualche modo possano rappresentare una minaccia per il governo Karzai".

A conferma delle parole della Rice i soldati della Nato e dell'esercito afghano hanno inferto un duro colpo alla guerriglia talebana: in una violenta battaglia nel sud del Paese sono stati uccisi 94 guerriglieri fondamentalisti. La battaglia, iniziata sabato a tarda sera, si è conclusa solo all'alba di oggi.

E' salito cosi' a 450 il numero dei talebani uccisi nel corso del'operazione 'Medusa', la più imponente lanciata dalla Nato da quando l'Isaf ha assunto il comando nel sud del Paese, controllato fino al 31 luglio scorso dalle truppe Usa.

Circa 10.000 uomini, perlopiù britannici, canadesi e olandesi sono impegnati nel distretto di Panjwayi - 35 chilometri a ovest di Kandahar - per "erodere in maniera sempre più profonda la capacità offensiva dei guerriglieri".

Troppi bugiardi, troppi furbi e troppi fanatici affollano un Medio Oriente ridotto a tragedia continua

EspressoOnline, http://blog.espressonline.it/weblog/stories.php?topic=04/11/16/5181603, 10/09/2006

Dunque adesso è ufficiale. E con tanto di timbro non della non molto amata Onu e neppure di qualche organismo o di qualche partito più o meno umanitario o pacifista o in odore di ‘komunismo’ o comunque sospettabile di antiamericanismo, bensì con la autorevolissima firma in calce addirittura del senato degli Stati Uniti. Dopo due anni di lavoro, nelle 145 pagine finora rese note del voluminoso rapporto della commissione Intelligence di quel ramo del parlamento americano sulle cause dell’invasione dell’Iraq, la verità emerge in modo devastante. Riassumendo: 1) - i motivi addotti per giustificare la guerra in Iraq erano falsi; 2) - Saddam non aveva e non stava per costruire nessuna bomba atomica, chimica o batteriologica; 3) - l’Iraq non aveva nessun legame con Al Qaeda, anzi Saddam riteneva quel gruppo di terroristi nemico del proprio potere tanto da averne rifiutato ogni richiesta e offerta di collaborazione; 4) contrariamente a quanto è stato fatto credere all’opinone pubblica americana, che tuttoggi in parte ci crede ancora, Saddam e l’Iraq con la distruzione delle Torri Gemelle non c’entrano assolutamente nulla; 5) Bush e il suo vive Dick Cheney hanno messo in campo ‘tentativi ingannevoli’ per fare apparire agli occhi dell’opinione pubblica Saddam legato ad Al Qaeda.

Insomma è ormai lo stesso senato di Washington a dimostrare con un documento ufficiale ricco di prove che Bush ha ingannato il suo popolo e il mondo intero pur di imporre una guerra che ha finora ucciso svariate decine di migliaia di civili iracheni e oltre 3.000 militari americani, semidistrutto l’Iraq provocandone per giunta la sanguinosa guerra civile tuttora in atto e consegnato Bagdad a un governo di fatto sciita. Quest’ultima mossa ha galvanizzato e rafforzato proprio quegli gli sciiti che, al governo in Iran e presenti in Libano non solo nel governo, stanno tentando di ridisegnare la mappa geopolitica dell’intero Medioriente anche mettendo in campo le armi di Hezbollah con le ben note conseguenze. Tra le quali, da non prendere sottogamba, il nostro coinvolgimento con un discreto contingente militare e con il comando dell’intero dispositivo armato dispiegato dall’Onu sul confine Israele-Libano. Da notare che in Medio Oriente gli sciiti sono ben presenti e si fanno sentire anche in Arabia Saudita, la sempre meno filo americana patria di Bin Laden, nel Kuwait, filo americano ma pervaso da crescenti richieste di riforme, e nel Bahrain, che ospita la Quinta Flotta americana ma ha una maggioranza sciita anche se il governo è in mano alla minoranza sunnita proprio come nell’Iraq di Saddam. Gli sciiti sono presenti con l’etnia hazara anche in Pakistan, filo americano ma padre e ancora oggi protettore dei talebani, nonché dotato di armi atomiche.

Insomma, grazie a Bush le fiamme dell’incendio sciita possono essere molto più devastanti di quel che si crede. Per meglio capire il pericoloso disastro provocato da questo presidente americano, troppo influenzato da consiglieri neocon e teocon armati di bibbia e rieletto grazie all’appoggio dei fondamentalisti cristiani parimenti invasati dalle letture bibliche, basti pensare che suo padre quando abitava lui alla Casa Bianca, pur avendo invaso l’Iraq per scacciarlo dal Kuwait, non aveva voluto arrivare a Bagdad per evitare la caduta del governo di Saddam perché questi era comunque necessario tenerlo in sella come contrappeso al pericolo di un Iran già dominato dal fanatismo religioso. Non a caso l’America e l’Europa avevano sostenuto, e armato, Saddam anche durante la sua lunga e sanguinosa guerra contro l’Iran. Togliendolo di mezzo con la trovata della seconda invasione dell’Iraq, Bush figlio ha regalato su un piatto d’argento (e di sangue) ai fanatici sciiti padroni dell’Iran la possibilità di dilagare con la loro influenza su tutto lo scacchiere mediorientale. E di assurgere a faro del fanatismo islamista nel mondo intero. Come fallimento politico non c’è male. Se ci aggiungiamo il fallimento anche militare evidente in Iraq e sempre più evidente perfino in Afganistan – terra storicamente facile da invadere, ma impossibile poi da tenere sotto controllo - avremo un quadro più chiaro della situazione e di quanto sia gravida di pericoli. Come se non bastasse, la nuova invasione del Libano da parte di Israele - condotta con gli stessi metodi brutali usati sempre impunemente contro i palestinesi, metodi più e più volte inutilmente condannati dall’Onu - ha colmato la misura, anzi l’ha fatta tracimare. Quanto sia urgente uscire dal pantano della follia militare e trovare soluzioni politiche accettabili per tutti è più che mai evidente: solo dei ciechi e dei disonesti possono non accorgersene.

Pur essendo il comandante in capo delle forze armate Usa, Bush non finirà certo davanti alla corte marziale. E se non rischierà neppure l’impeachment – le sue colpe dimostrate dal senato sono in definitiva ben più gravi delle mezze fellatio che il suo predecessore Bill Clinton si faceva fare da Monica Lewinsky alla Casa Bianca, con il conseguente rischio di impeachment – è solo perché ormai non è più rieleggibile. Ma in Inghilterra Tony Blair paga, con l’addio al potere che è stato costretto dal suo stesso partito a fissare per l’anno prossimo, lo scotto proprio per le colpe addebitate dal senato americano a Bush. Anzi, si dice con insistenza che la guerra in Iraq l’abbia voluta soprattutto Blair e che per poterla scatenare s’è lavorato Bush fino a convincerlo a fare qual che ha fatto. Questa potente e tragica coppia di mentitori sarà giudicata dalla Storia, intanto però ci tocca registrare che gli Usa si sono fatti beccare un’altra volta con le mani nel sacco di balle colossali rifilate a se stessi e al mondo per scatenare una guerra più per gli interessi propri, o presunti tali, che per amore della libertà altrui. Le bugie accertate in casi precedenti sono, e l’ho già scritto altre volte, ‘l’incidente dell’Avana’ usato per muovere a suo tempo guerra alla Spagna e prendersi così una fettina del suo impero coloniale, e ‘l’incidente del Tonchino’ montato ad arte per giustificare l’inutile follia dell’intervento in Vietnam, chiuso con la morte di qualche milione di civili vietnamiti e di oltre 40 mila militari americani. Ma chiuso anche con la tardiva ammissione che non era mai esistito nessun pericolo che il comunismo dilagasse anche in Thailandia, Cambogia, ecc., contrariamente a quanto teorizzava ‘l’effetto domino’ (se cade una pedina, rischiano di cadere o cadono anche quelle vicine, come appunto nel gioco del domino) preconizzato dai soliti tromboni consiglieri della Casa Bianca. Erano, a conti fatti, i predecessori dei tromboni neocon e teocon oggi tanto cari a Bush figlio e parimenti visionari tragicamente fallimentari.

Per fortuna la democrazia americana ha le grandi e meritevoli capacità di vederci chiaro e dignità di ammettere pubblicamente gli errori, così come la democrazia israeliana ha la capacità e dignità di costringere alle dimissioni ministri che si comportano da felloni anche in tempo di guerra e di mettere sotto inchiesta lo stesso capo dello Stato addirittura per cinque o sei casi di stupro. Sarebbe però preferibile che tanta capacità di autocritica fosse esercitata anche prima di commettere errori e abusi tragici, onde evitarli, sulla pelle degli altri. A questo proposito, la riprova che buona parte dei nostri filo americani e filo israeliani a tutti i costi e senza mai una critica (e un’autocritica) è – al pari dei filo islamisti - mossa più dall’odio verso gli ‘altri’ che dall’amore convinto e motivato per propri beniamini, la si ha dalle sue reazioni agli errori più evidenti e indifendibili dei governi di quei due Paesi. Il giustificazionismo a tutti i costi è il credo e l’azione quotidiana di questi ultras, il cui tifo da curva sud a mio modesto avviso spinge l’Occidente più verso il baratro che verso il suo rinnovamento. Il fatto che lo stesso senato americano abbia sbugiardato la Casa Bianca e che il partito laburista abbia costretto Blair a uscire di scena in anticipo provoca solo un’alzata di spalle in questi tifosi, che volevano la guerra comunque e sono eguali e simmetrici ai fautori della jihad. La Storia del genere umano è una infinita scia di sangue proprio perché i violenti abbondano su tutti i fronti, in ogni epoca e sotto ogni cielo sempre convinti come tanti Giliano Ferrara e tante Oriana Fallaci di avere ragione solo loro e torto tutti gli altri. Anzi, questa tifoseria è di sicuro intimamente soddisfatta che la coppia Blair-Bush abbia gabbato tutti pur di ‘fargliela pagare’ agli ‘altri’.

Saddam non c’entrava niente con le Torri Gemelle e con Al Qaeda, con le bombe atomiche e con quelle biochimiche, però comunque ogni scusa era buona per toglierlo di mezzo. A questa forsennata e irresponsabile tifoseria della guerra poco importa che B-B abbiano creato una situazione che pare molto più spaventosa di quella iniziale. Anzi, tutto fa brodo per invocare anche guerre future contro gli ‘altri’. Per questa tifoseria non significa nulla che Bush già cinque anni fa abbia dichiarato che ‘in Afganistan abbiamo vinto’ e che tre anni fa abbia dichiarato la stessa cosa riguardo l’Iraq, quando invece è chiaro che, as usual, non ci aveva azzeccato: quelle due guerre sono ancora in corso, più estese e virulente di prima, per giunta col rischio di saldarsi sempre di più tra loro e di alimentarne una ancora più vasta.

Analogamente, a costoro gli fa un baffo il fatto – decisamente orribile – che Israele abbia sganciato ben 100 mila bombe a frammentazione sul Libano, con danni enormi e pericoli imprevedibili anche in futuro per la popolazione civile, bambini soprattutto, provocando tra l’altro la condanna da parte del segretario generale dell’Onu Kofy Annan e di Amnesty International per crimini di guerra. Se quelle bombe le avesse sganciate un Milosevich in Kosovo sarebbe cascato giù il cielo per le proteste, invece non s’è sentita mezza protesta, anzi: giustificazionismo a oltranza. Parimenti, nessuno ha fiatato per il fatto, sconvolgente, che da quando è iniziata l’offensiva contro il Libano i soldati israeliani hanno ucciso ben 251 palestinesi nelle striscia di Gaza, le metà dei quali donne e bambini. Se lo avesse fatto Milosevish con i kosovari - per non dire di Fidel Castro da qualche altra parte! - sarebbe scoppiata l’iradiddio. Se avessero ridotto loro un territorio come Gaza a quell’enorme riserva indiana anticamera della miseria e della morte di massa voluta dal governo di Tel Aviv, sarebbero intervenuta la Nato, l’Onu e magari anche i marine americani. Giuliano Ferrara e Oriana Fallaci, Berlusconi e Casini, Marcello Pera, Mastella, Formigoni, Fini, Sorgi, ecc., avvolti nel tricolore avrebbero guidato grandi cortei di democratici molto, molto sdegnati. Invece si tratta di palestinesi da una parte e di israeliani dall’altra, motivo per cui… ‘parce sepulto’. Se non proprio ‘prosit!’. Le periodiche mattanze di palestinesi vengono denunciate in Israele da giornalisti coraggiosi come Danny Rubinstein, ma in Italia, eccetto qualche coraggioso reportage su Repubblica e sul Corriere della Sera, ci si limita a citare un paio di righe di un articolo suo o di altri suoi colleghi israeliani, poi si passa ad altro. E’ come dire che in Italia la polizia e i carabinieri per dare la caccia ai mafiosi e ai camorristi di Sicilia, Calabria, Campania e Puglia, che ogni anno di gente ne ammazzano non molto meno se non di più dei terroristi palestinesi, massacrassero periodicamente svariate decine di siciliani o pugliesi, di campani o calabresi, e nessuno protestasse se non blandamente. Per poi comunque giustificare le mattanze ‘perché quando si dà la caccia a chi spara e piazza bombe non si può andare per il sottile’. Se fosse il governo francese a bloccare le rivolte delle banlieaue, quello inglese a braccare i terroristi dell’Ira o quello spagnolo a stanare i terroristi dell’Eta accoppando decine di persone innocenti, bambini compresi, scenderemmo tutti in piazza col massimo sdegno. Ma se lo fa il governo di Israele è tutta un’altra faccenda, le lunge e secolari code di paglia offuscano le coscienze, tappano le bocche, paralizzano penne e block notes. In definitiva a crepare sono solo dei palestinesi, magari anche musulmani…

Lo sdegno e le proteste, peraltro sacrosante, le teniamo di riserva per esibirle solo quando le vittime sono cittadini israeliani. Se pensiamo che questo sia il modo migliore per favorire la pace, e quindi anche la sicurezza di Israele oltre che la nascita dello Stato palestinese, temo che ci sbagliamo di grosso. In realtà, quello che vogliamo è solo usare Israele come bastone, o meglio come cannone, contro il mondo arabo e/o musulmano, destinando così Israele a vivere perennemente in guerra, dissanguata non solo economicamente. Quello che ci interessa è inserire un cuneo permanente per tenere il mondo arabo sotto scacco e impedirne il progresso sulla via della democrazia e di quella differenza tra Stato e religione che a chiacchiere tanto diciamo di volere anche per loro. Altro che amici di Israele!

E’ sicuramente intollerabile che l’Iran o chi per esso minacci la distruzione di Israele, ma mi chiedo perché tolleriamo da sempre la distruzione della stessa possibilità di nascita dello Stato palestinese, con tutto ciò che purtroppo ne consegue. Certo, l’insistere a non riconoscere l’esistenza di Israele, come fa ancora Hamas, non aiuta, ma in definitiva anche il Vaticano, cioè lo Stato pontificio, per un bel pezzo dopo l’unità d’Italia non ha riconosciuto lo Stato italiano. Insomma, una soluzione se si vuole la si trova, senza fissarsi su un no altrui, per quanto grave, fino a farne un alibi per restare fermi e lasciare incancrenire ancor più la situazione confidando in realtà che ‘tanto peggio, tanto meglio’.

Si insiste a paragonare l’Iran di oggi alla Germania di Hitler, ma questo è solo un comodo escamotage per tentare di cancellare il fatto che il nazismo e il fascismo li abbiamo inventati e praticati noi, con tanto di Shoà, non altri nel mondo. Si fa finta di non sapere che la Germania di Hitler era lo Stato più potente e meglio armato del mondo, caratteristiche ben lontane dall’Iran di oggi e di domani. Si pretende perfino che l’Iran rinunci a produrre energia elettrica usando l’energia nucleare anziché il petrolio, insistiamo infatti a dire che l’Iran è talmente ricco di petrolio da poter usare quello e non l’atomo per le sue centrali nucleari. Ma come? Non siamo noi occidentali i primi ad avere anche una coscienza ambientalista e a dire quindi che il petrolio è inquinante? Perché mai l’Iran dovrebbe essere condannato all’inquinamento provocato dalla combustione del petrolio nelle centrali elettriche? E perché mai l’Iran dovrebbe rinunciare a vendere il petrolio a chi più glielo paga, per esempio alla Cina, anziché usarlo per le proprie centrali elettriche? Perché mai l’Iran dovrebbe rinunciare a una bella fetta aggiuntiva di valuta pregiata fornita dalle vendite del petrolio risparmiato usando in sua vece l’atomo nelle centrali elettriche? E’ evidente che abbiamo pretese che non stanno né in cielo né in terra. E’ evidente che urge una politica non a senso unico per convincere davvero l’Iran a rinunciare all’ambiguità nucleare, cioè alle armi nucleari, ma che certo non ci rinuncerà se pretendiamo che Israele si tenga invece tutte le sue atomiche.

Oltretutto, l’Iran è in grado di ricattarci proprio con l’arma del petrolio, e di ricattare in particolare noi italiani: se ci chiude gli oleodotti, se vende l’oro nero a tutti fuorché a noi, finiamo al disastro nel giro di pochi mesi. E sarebbe un disastro anche se pensassimo, comprensibilmente, di invadere l’Iran per andarci a prendere il suo petrolio pur di non morire di sete e fame petrolifere. L’America non ha bisogno del petrolio iraniano, ma l’Europa invece sì. Facendo crescere la tensione con l’Iran gli Usa fanno crescere il prezzo del petrolio, mettendo così a rischio anche la nostra economia con vantaggio che, rendendoci meno competitivi, può essere americano, ma certo non nostro. Credo quindi che sia molto meglio avviare una trattativa seria, non come quella attuale, che sono convinto vedrà l’Iran impegnato ad affogarci di promesse e chiacchiere pur di guadagnare tempo e attuare i suoi programmi. Programmi che anche se arriveranno ad avere l’atomica è impossibile ne prevedano l’uso, tanto meno su Israele: Teheran non farebbe neppure in tempo a lanciare le sue atomiche che Tel Aviv avrebbe già cancellato non solo l’Iran dalla faccia della terra. Tanto allarmismo è quindi fuori luogo, assolutamente non onesto, senza pensare che dopo le balle atomiche che ci hanno rifilato sull’Iraq è bene non fidarsi del nuovo ‘al lupo, al lupo!’ nucleare lanciato da mane a sera contro il pur fanatico e pericoloso governo iraniano. Mi colpisce il fatto che ci si polarizzi sulla minaccia iraniana, impossibile da realizzare, di fatto agitata solo a uso e consumo del fronte interno, di cacciare da Israele i suoi cinque milioni di israeliani, ma non si dica una parola sul fatto che la Polonia dopo la guerra ha cacciato ben 12 milioni di tedeschi.

Una trattativa seria non può prescindere dal far notare al governo israeliano che non si può pretendere il rispetto delle risoluzioni dell’Onu solo quando ci fanno comodo, come quella che vuole, giustamente, il disarmo di Hezbollah, e rigettare invece tutte le altre quando non ci piacciono. Nello scrivere il precedente intervento per il blog sono rimasto sorpreso anch’io dalla quantità di risoluzioni di condanna, richiami e richieste inascoltate votate dall’Onu nei confronti di Israele e da queste gettate nella carta straccia. Non si può invadere più volte e a proprio piacimento il Libano, violarne in continuazione le frontiere e la sovranità, tenersene per anni una fetta di territorio e, pur dopo il ritiro, insistere a tenersene una fettina, e poi lamentarsi se per contrastare queste illegalità e prepotenze nasce e si sviluppa una milizia armata come Hezbollah. Esisterebbe Hezbollah se Israele non avesse trattato per decenni anche il Libano come la striscia di Gaza?

Il nostro generale Carlo Angioni in questi giorni ha fatto notare che a suo tempo c’è già stato un contingente di pace di caschi blu italiani in Libano, comandati da lui, ma che non è servito poi in realtà a nulla visto come è continuato l’andazzo. Israele ha certo il diritto di difendersi, come del resto lo hanno i libanesi e i palestinesi, ma tutti, anche Israele, devono rispettare le regole internazionali, che non esistono per esigerne il rispetto solo da parte degli ‘altri’: tra le regole internazionali c’è quella che condanna i blocchi aerei, navali e terrestri dell’economia e degli scambi commerciali di un intero Paese, come ha fatto anche di recente Israele contro il Libano e come ha preteso di continuare a fare perfino dopo l’intervento dell’Onu e l’arrivo del contingente italiano. Per fortuna Kofy Annan, ma forse non solo lui, è riuscito a far recedere il governo di Tel Aviv da un atteggiamento sempre meno difendibile.

L’uso dei due pesi e due misure arriva al punto che da una parte denunciamo, giustamente, l’invadenza dei religiosi musulmani nel campo del sociale e della politica, vedi soprattutto il caso abbastanza osceno dell’Iran, senza dimenticare l’Arabia Saudita, ma dall’altra lasciamo che il nostro clero invada a ogni piè sospinto proprio il terreno del sociale e della politica. Anzi, per accaparrarci i voti anche di quei cattolici che sarebbe meglio lasciar perdere, e per ricevere qualche fettina di potere in più, tiriamo con insistenza crescente per la giacchetta il papa e i cardinali, a partire da Camillo Ruini. Il cardinale Alfonso Lopez Trujillo invoca la scomunica per i medici sudamericani che hanno praticato l’aborto su una bambina colombiana di undici anni rimasta incinta per uno stupro, ma non chiede nessuna scomunica per lo stupratore. E nessuno, dentro e fuori la Chiesa, chiede a gran voce che cardinali di questo tipo, a suo tempo tolleranti se non benedicenti perfino nei confronti dei generali golpisti e torturatori, vengano scomunicati loro, anzi cacciati dalla Chiesa. Non so in Colombia, ma mi dicono che solo in Brasile sono almeno 30 mila l’anno i casi di bambine di 11-14 anni che restano incinta. Perché non inviare i loro pargoli al cardinale Trujillo e non costringerlo a provvedere lui a farli crescere tutti a spese dell’episcopato latinoamericano?

Papa Ratzinger è impegnato, anche se forse con meno passione di Wojtyla, a cercare il dialogo con le altre religioni, Islam compreso. Oggi, domenica 10 settembre, ha detto che i guai dell’Islam nascono dal fatto che è spaventato dalla perdita del sacro da parte dell’Occidente, dall’avere noi messo da parte Dio. Si tratta di affermazioni prive di fondamento, anzi pericolose perché di fatto giustificano l’aggressività di una parte, sia pure piccola, del mondo musulmano. Ciò che manca infatti a troppa parte del mondo islamico è il laicismo - cosa ben diversa dall’ateismo - che in Occidente abbiamo conquistato con l’Illuminismo della Rivoluzione Francese. Se il papa mette fuori gioco il laicismo, priva l’Islam di una buona medicina. Una recente inchiesta citata dal Corriere della Sera dimostra che a credere nella democrazia è addirittura il 90 per cento del mondo musulmano, cioè la sua quasi totalità. Il mare nel quale possono nuotare i pesci del fanatismo e fare proseliti i profeti del terrorismo è limitato a un risicato 10 per cento. Perché non dialogare con quel 90 per cento e aiutarlo il più possibile a sconfiggere quel 10 per cento che si ritrova in seno?

La Storia comunque smentisce Ratzinger: le cose con l’Islam non andavano certo meglio, anzi!, quando in Europa il potere non solo religioso era della Chiesa e Dio era nominato ad ogni piè sospinto. Non sono forse di quei tempi le crociate da parte nostra e gli assedi di Vienna da parte loro? E non erano Hitler e i suoi numerosissimi scherani a gridare ‘Gott mit uns!’, cioè ‘Dio è con noi!’? Non è certo ribadendo il primato del clero sulla società islamica e tentando di converso di riacchiappare il primato del clero cristiano sull’Europa che si rilancia la politica... A proposito di servilismo verso il clero, c’è stata una sdegnata levata di scudi contro lo scrittore tedesco Guenter Grass, reo di avere ammesso solo ora che in gioventù vestì suo malgrado la divisa militare nazista, sia pure per brevissimo tempo. Ma non è la stessa cosa ammessa da Ratzinger dopo essere stato eletto papa? Mi chiedo come mai a suo tempo c’è stata una sdegnata levata di scudi contro chi condannava quel passato giovanile del papa tedesco e oggi invece, al contrario, c’è una sdegnata levata di scudi al contrario, cioè contro Grass che ha ammesso quella sua lontana pecca. Si dirà: Grass ha rappresentato la coscienza critica della Germania del dopoguerra, perciò ha tradito la nostra fiducia. Ma, scusate, forse che un eminente prelato come Ratzinger, diventato il custode della Congregazione per la dottrina e la fede, ciò che una volta si chiamava Tribunale dell’Inquisizione, insomma dell’ortodossia cattolica più ortodossa, non era anche lui una coscienza critica del dopoguerra? A Gerusalemme il centro di ricerche e documentazione sul nazismo Simon Wiesenthal ha addirittura aperto un procedimento a carico di Grass, ma s’è guardato bene dal farlo su Ratzinger. Insomma, due pesi e due misure quando l’unico peso e l’unica misura usabili sono l’indulgenza, il perdono, anzi l’evitare totalmente giudizi che ormai appartengono solo alla Storia e che nessuno di noi può più dare.

Su Repubblica Adriano Sofri ha lanciato la proposta che Israele rinunci al suo arsenale atomico in modo da favorire la pace mettendo con le spalle al muro le ambiguità nucleari dell’Iran di Ahmadinejad. Ho avuto la sorpresa di leggere sempre su Repubblica la replica di Mario Pirani, assolutamente contrario a che Israele rinunci alle sue atomiche per il timore che il fervore kamikaze di una parte del mondo islamico faccia nascere la disastrosa figura del kamikaze atomico. Il discorso di Pirani mi pare non stia molto in piedi, e per vari motivi. Il primo e il più evidente è che non si tratta di convincere Israele a rinunciare alle sue atomiche lasciando invece mano libera all’Iran e agli altri Stati arabi, ma semmai di denuclearizzare l’intero Medio Oriente. In modo che, tra l’altro, non ci sarebbe nessun pericolo di kamikaze atomici, che peraltro potrebbero nascere in Pakistan, Paese che le atomiche ce le ha già e con la benedizione americana. Il secondo è che se oggi Israele ha un governo democratico, tale da non far temere il ricorso all’uso delle sue atomiche, non è affatto detto che un domani non si installi a Tel Aviv un governo niente affatto democratico, magari golpista e fanatico, capace quindi le atomiche di usarle eccome. O di farle usare subdolamente a qualche provocatore con addosso panni non israeliani. In definitiva anche in Israele ci sono movimenti tanto estremisti e con tali connotazioni razziste da essere stati messi fuori legge, ci sono per esempio settori religiosi che hanno sollecitato l’eliminazione di Rabin, puntualmente ucciso da una fanatico di estrema destra, ci sono forse altri individui come Baruch Goldstein, disposti a farsi linciare, a mo’ di antesignani dei kamikaze, pur di massacrare un bel po’ di palestinesi. Il terzo motivo per il quale il ragionamento di Pirani mi pare non regga è che, stando alla sua logica, all’Iran dovrebbero essere proibiti anche gli aerei, le navi, le armi e gli esplosivi in genere: chi ci garantisce infatti, argomentando come Pirani, che gli aerei iraniani e quant’altro non finiscano in mano ai kamikaze per attentati comunque spettacolari e molto tragici?

La foga di Pirani è tale da portarlo a confondere le bombe atomiche con le bombe H, cioè all’idrogeno, che sono invece enormemente più potenti delle atomiche. Queste infatti nelle bombe H servono da innesco per l’esplosione dell’intero ordigno. E’ vero che si tratta pur sempre di ordigni nucleari, ma mi pare che Pirani in questo caso abbia purtroppo fatto la figura di chi non sa bene di cosa parla o di chi si fa prendere dallo spirito di parte al punto da confondere pan per focaccia, o meglio, cosa più grave, le A con le enormemente più potenti e devastanti H. Armi, quest’ultime, che per fortuna al mondo oltre agli Stati Uniti e alla Russia nessuno possiede.

Se comunque Pirani delle atomiche israeliane almeno parla e svolge un ragionamento articolato, per quanto poco convincente perché poco razionale, Franco Venturini sul Corriere della Sera del 10 settembre si spinge invece a chiedere un intervento militare ‘chirurgico’ (!) contro l’Iran se non si piega ai nostri diktat in fatto di nucleare, ma non nomina neppure di striscio l’armamento nucleare israeliano. Strano e inverecondo, ma vero. Come diamine si fa a credere che si possa risolvere un problema senza affrontare anche l’altro? Siamo alle solite: si confonde allegramente tra le cause e il loro effetto. Hezbollah è nato non per una eventuale natura infida e per un eventuale dna terrorista degli sciiti libanesi, ma per reazione allo spadroneggiare di Israele in territorio libanese. Analogamente, l’Iran se intende dotarsi di armi atomiche è prima di tutto, anzi è solo per difendersi dalla minaccia implicita rappresentata dalle atomiche israeliane, oltre che da eventuali altre ‘passeggiate militari’ dei marines americani questa volta verso Teheran anziché verso Bagdad. Per garantire l’esistenza dello Stato israeliano bastano e avanzano le atomiche americane, oltre alla volontà dell’intero Occidente. Sarebbe più giusto però se tutto ciò garantisse finalmente anche la nascita e un sano sviluppo dello Stato palestinese, come inutilmente deciso dall’Onu con la stessa risoluzione che decretò la nascita di Israele.

Nei giorni scorsi Bush ha gridato che l’Iran è peggio di Al Qaeda, ma la sua credibilità in certi argomenti è molto ridotta dopo che lo stesso senato americano lo ha sbugiardato come abbiamo visto. Anziché spararla sempre più grossa, e accusarsi a vicenda di essere l’uno ‘il grande Satana’ e l’altro uno Stato ‘canaglia e islamofascista’, meglio sarebbe eliminare ogni possibilità di atomiche e di armi di distruzione di massa in tutto il Medio Oriente. A partire da chi le ha già, altrimenti è inevitabile, pur se molto spiacevole, che prima o poi se ne dotino anche gli altri. Alle bordate del presidente degli Stati Uniti Ahmadinejad ha risposto che ‘Bush non è niente di fronte a Dio e alla sua parola’. Giusto. Ma il capo del governo iraniano dovrebbe avere il buon gusto di riconoscere che anche lui, ‘di fronte a Dio e alla sua parola’, non è assolutamente nulla, come del resto qualunque altro essere umano. Dio non ha né un suo ‘popolo eletto’ né ha mai autorizzato qualcuno a dire che ‘Dio è con noi’ o che ‘Dio lo vuole’, specie quando si tratta di volere sangue. Il guaio è che quando ci si lascia guidare dalla fede religiosa anche in campi che non appartengono niente affatto alla religione si ottiene il risultato di rinunciare a pensare: la fede religiosa, specie se arriva al fanatismo, fornisce infatti al credente certezze bell’e pronte, quando invece in politica le certezze non esistono in anticipo, ma vanno cercate e costruite faticosamente. Navigare con una bussola che indica una rotta prefissata, e che prescinde dalle condizioni meteorologiche e del mare, può portare una nave solo a picco, in secca o contro gli scogli, insomma al disastro. La Storia è piena di questi naufragi, ma la Storia si sa, pur essendo ‘maestra di vita’, non ha mai insegnato niente a nessuno.

Spero che la missione italiana in Libano serva a qualcosa e che non ci siano lutti anche tra i nostri soldati. Lo spero non tanto per il lustro che ne verrebbe all’Italia, quanto invece per il bisogno di pace che c’è soprattutto in quelle martoriate terre e popolazioni. Ci sono però cose che ritengo siano preoccupanti. In primo luogo mi pare azzardato puntare su una ‘grande politica estera’, che costa fior di quattrini per mantenere all’estero un robusto apparato militare, quando abbiamo ancora un tale debito pubblico e deficit annuale di bilancio da meritarci continue reprimende da parte dell’Unione Europea. E mentre siamo ancora in un tale affanno economico e produttivo da farci temere la cosiddetta ‘deriva argentina’, cioè un futuro grigio se non proprio nero. Per carità, è giusto darsi da fare anche digrignando i denti senza paura, ma soprattutto nelle nostre condizioni dobbiamo fare in modo che i nostri interventi militari all’estero siano un investimento e non solo una spesa sia pure di rappresentanza. Poiché la pace dà sicuramente buoni dividendi, dobbiamo fare in modo che la pace venga finalmente raggiunta, per davvero. Ancor più azzardato mi pare puntare a un grande ruolo in politica estera mentre i giornali snocciolano le cifre sempre più allarmanti della ‘fuga dei cervelli’ dall’Italia e del crollo degli iscritti nelle facoltà scientifiche delle nostre Università. Un Paese che non investe nella modernizzazione delle sue industrie e nell’efficienza dei suoi servizi pubblici, che trascura la scuola e le Università, un Paese che tradisce i giovani e la ricerca scientifica, è un Paese senza un grande futuro, altro che grande politica estera.

Non vorrei ci fossero di mezzo più che altro le ambizioni di un Massimo D’Alema o di un Piero Fassino, così come nel nostro intervento in Iraq c’era di fatto solo l’ambizione di Berlusconi di tenersi buoni gli americani. Riguardo il contingente italiano in Libano sotto l’egida dell’Onu D’Alema ha infatti dichiarato che ‘se la Siria non collabora non staremo certo a guardare’. Mi chiedo che c’entri il nostro ministro degli Esteri con le decisioni operative di un contingente che è sotto comando Onu: anche se al vertice del comando militare c’è un ufficiale italiano, questo non può certo prendere ordini dalla Farnesina. Fassino da parte sua ha dichiarato che ‘il nostro contingente va a difendere Israele’, quando invece si tratta non di difendere od offendere qualcuno, ma di tenere separati i due contendenti obbligandoli entrambi a rispettare le decisioni dell’Onu. Il protagonismo dichiaratorio di D’Alema e Fassino rischia di farci parere di parte o, meglio, cioè peggio, di far parere di parte i nostri militari in Libano: compromettendone così la credibilità e quindi la sicurezza. Il corpo di spedizione italiano comandato a suo tempo dal generale Angioni non è servito a molto, visto come la situazione in Libano si è sempre più deteriorata, ma almeno si era fatto rispettare. Non vorrei che questa volta andasse in tutt’altro modo. E che, mancando il ri

Nucleare: l'Iran smentisce la sospensione di 2 mesi

ANSA.it, http://www.ansa.it, 10/09/2006

VIENNA - L'ambasciatore iraniano presso l'Aiea, Ali Asgar Soltanieh, ha smentito stasera informazioni secondo cui Teheran avrebbe proposto di sospendere per due mesi le attivita' di arricchimento dell'uranio.

Soltanieh ha detto alla France Presse che ''questo soggetto non e' stato evocato'' nei due giorni di colloqui nella capitale austriaca tra il capo negoziatore iraniano sul nucleare, Ali Larijani, e l'Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza dell'Unione europea, Javier Solana.

Fonti diplomatiche citate dall'agenzia americana Ap avevano detto in precedenza che Larijani aveva prospettato la possibilita' per Teheran di sospendere le attivita' di arricchimento Fonti diplomatiche citate dall'agenzia americana Ap avevano detto in precedenza che Larijani aveva prospettato la possibilita' per Teheran di sospendere le attivita' di arricchimento ''su base volontaria, per uno o due mesi, se si riuscira' a dare l'impressione che e' stato deciso senza subire pressioni''. I colloqui tra Larijani e Solana si sono conclusi nel pomeriggio a Vienna con l'annuncio di ''progressi'', e di nuove discussioni la settimana prossima.

Libano. Prodi: chi vota contro la missione italiana si assume grande responsabilita'

Rai.it, http://www.rai.it/news, 10/09/2006

Si stanno assumendo un'enorme responsabilità. Dopo l'annunciata opposizione alla missione italiana in Libano da parte di Silvio Berlusconi, il premier Romano Prodi punta il dito sul centrodestra e spiega che da parte degli altri Paesi "l'Unifil è vissuta come un passo importante verso la pace e per la diminuzione delle tensioni nel mondo. Nel momento in cui tutto il mondo è d'accordo sull'utilità e la grandezza di questa missione è difficile capire perché si aprono queste polemiche".

La missione europea sui confini tra Siria e Libano è un'iniziativa di "supporto formata da personale tecnico, senza armi né uniformi, per una funzione di aiuto e formazione alle truppe siriane", ha aggiunto Prodi escludendo che da parte del presidente Assad ci sia stata una smentita del significato e dei contenuti della missione attribuiti dall'Italia. Quella di Damasco, insomma, "è stata solo una precisazione perché un'agenzia internazionale aveva fatto intendere che la missione sarebbe stata una missione militare". Con Assad, quindi, "non c'e' stato bisogno di alcun chiarimento" ha proseguito il Presidente del Consiglio sottolineando anzi l'importanza dell'apertura' della Siria. "Seppur limitata - ha detto - rappresenta un passo in avanti ed un elemento tranquillizzante per la nostra stessa missione". Prodi ha quindi rivelato che l'assenso della Siria ad una cooperazione con la Ue per un piu' efficace controllo dei confini è arrivato dopo due giorni di conversazioni telefoniche tra lo stesso premier e il presidente Assad. Inoltre, "da quanto risulta, oggi la Siria ha deciso di rafforzare ulteriormente la sua presenza lungo il confine con il Libano come peraltro mi era stato preannunciato dal presidente Assad".

In carica 5 anni

Presidente, ha detto che Schumi è un grande perché si è ritirato al massimo della sua carriera: lei, quando pensa di ritirarsi? "Ma io non sono un atleta, solo un modesto politico. Il mio traguardo però è stabilito: la mia tappa è di cinque anni", ha risposto Prodi ad un cronista, al termine della conferenza stampa, in margine alla Asem ad Helsinki.

Fassino: Berlusconi lo spiegherà a Bush

La missione italiana in Libano è stata inviata sulla base di una decisione dell'Onu, con i caschi blu e con l'impegno e l'intesa di tutta l'Unione europea, con il sostegno forte e convinto degli Stati Uniti per una missione di pace sollecitata da tutta la comunità internazionale, attacca il segretario Ds, Piero Fassino, che aggiunge: "Il fatto che Berlusconi dica no a tutto questo è incomprensibile. Oltre che a noi dovrà spiegarlo a Bush, ai leader europei e alla comunita' internazionale".

Berlusconi precisa

Berlusconi esprime "molti dubbi sul rispetto delle condizioni iniziali della missione da parte del governo Prodi", condivisi da "una larga parte della coalizione". Dubbi che "devono essere adeguatamente valutati" prima di decidere sul voto al decreto. E tuttavia, precisa l'ex premier, "tra questa ipotesi e una retromarcia c'è una bella differenza", conclude Berlusconi criticando l'interpretazione data da una parte della stampa.

Forza Italia: smontata la risoluzione Onu

Invece di polemizzare con Berlusconi, il governo italiano dovrebbe preoccuparsi molto seriamente del fatto che, tassello per tassello, tutta la risoluzione 1701 è stata praticamente smontata, replica Fabrizio Cicchitto, vicecoordinatore di Forza Italia.

Dopo che con un gioco di prestigio è scomparso il disarmo di Hezbollah, adesso -aggiunge l'esponente azzurro- non c'è praticamente più neanche il controllo alla frontiera siriana mentre, come i nostri governanti dovrebbero sapere benissimo, il riarmo della milizia è ripreso. Allora delle due l'una: o ci troviamo di fronte a dilettanti allo sbaraglio oppure a un governo che sta rovesciando come un guanto la politica estera italiana e sta realizzando una alleanza di fatto con alcuni dei paesi arabi più inquietanti.

Tutti noi siamo a favore di una missione di pace, ma deve essere assolutamente chiaro ed evidente, nel testo che sarà sottoposto al voto del Parlamento, che la stessa non debba essere contro qualcosa, nel caso specifico Israele, nel tentativo di impacchettarlo, e a vantaggio invece di chi, fino ad oggi, ha prediletto la strada del terrorismo rispetto a quella diplomatica, sostiene, invece, Roberto Calderoli (Lega Nord).

5 anni dall'11 settembre, Bush depone 2 corone fiori a Ground zero

ANSA.it, http://www.ansa.it, 10/09/2006

NEW YORK - Il presidente statunitense George W. Bush, accompagnato dalla first lady Laura, ha deposto in serata due corone di fiori a Ground Zero, aprendo a New York le commemorazioni del quinto anniversario degli attacchi kamikaze dell'11 settembre 2001.

Nel corso di una cerimonia sobria ed emozionante, in un silenzio quasi totale, la coppia presidenziale ha deposto una prima corona nello specchio d'acqua allestito dove si trovava la Torre nord, ed a quindi ripetuto il gesto pochi minuti dopo, a qualche decina di metri, laddove sorgeva la Torre gemella meridionale, in un secondo specchio d'acqua. Bush e la first lady erano prima scesi lentamente a Ground Zero lungo la passerella allestita dopo gli attacchi - che causarono quasi 3mila morti a New York - per permettere la ricostruzione del sito, accompagnati dal sindaco della citta' Michael Bloomberg, dal suo predecessore al momento del dramma Rudolph Giuliani e dal governatore dello Stato di New York, George Pataki. Dopo avere deposto le corone di fiori, la coppia presidenziale, accompagnata da cornamuse che intonavano 'America the Beautiful', si e' recata nella vicina chiesa di St.Paul per partecipare a una funzione religiosa.

L'arrivo della coppia presidenziale era stato preceduto da una contestazione di qualche decina di oppositori della guerra in Iraq e dell'operato dell'amministrazione Bush, che hanno esibito cartelli contro ''la fine dell'occupazione'' e per il ritorno dei soldati americani. ''Siamo qui per protestare contro la guerra in Iraq e per partecipare alle commemorazioni dell'11 settembre'', ha detto alla France Presse una manifestante, Ann Muyskin, di un'organizzazione che si definisce la 'Brigata delle nonne per la pace'. Dopo avere pronunciato molti discorsi nei giorni scorsi, il presidente Bush non ha parlato ne' oggi a Ground Zero ne' lo fara' domani (nel pomeriggio in Italia), quando fara' colazione in una caserma dei vigili del fuoco vicina a Ground Zero e deporra' corone in Pennsylvania, dove si schianto' il volo UA93 su cui i passeggeri si ribellarono ai dirottatori, e al Pentagono. Nei discorsi fatti nei giorni scorsi, Bush ha molto insistito sulla ragioni per cui l'America deve portare avanti la guerra al terrorismo.

Le celebrazioni dell'anniversario degli attacchi sono, invece, considerate dalla Casa Bianca un momento per ricordare le vittime ed essere vicini ai loro familiari. Domani sera (la notte in Italia) Bush fara' un discorso alla Nazione dallo Studio Ovale all'ora di massimo ascolto delle tv americane, le 21.00, cioe' le 03.00 del mattino di martedi' italiane: un discorso che il suo staff annuncia come ''una riflessione'' sull'11 Settembre. Anche Washington, infine, ha ricordato l'11 settembre, con almeno tre eventi: una marcia tra il Pentagono e il National Mall, nei pressi della Casa Bianca e del Congresso; un corteo di motociclisti tra l'aeroporto di Washington Dulles - dov'era decollato l'aereo che si schianto' contro il Pentagono - e lo stesso Pentagono; l'esposizione, sempre sul Mall, di un gigantesco kilt scozzese in patchwork, nei pressi di Capitol Hill.

11/9: Bush, futuro America si decide a Baghdad ma paese unito

ANSA.it, http://www.ansa.it, 10/09/2006

NUOVO VIDEO DI AL QAIDA, AL ZAWAHRI 'MINACCIA NUOVI EVENTI

COMMEMORAZIONI IN TUTTA ITALIA PER NON DIMENTICARE

RICORDO E SPERANZE NELLE PAROLE DEI GRANDI

IL RICORDO SUI GIORNALI EUROPEI

NAPOLITANO, TUTTI ITALIANI CON BUSH A GROUND ZERO

NEW YORK RICORDA LE VITTIME

IL DISCORSO DI BUSH - ''La sicurezza dell'America dipende dal risultato della battaglia in corso nelle strade di Baghdad''. Il presidente George W. Bush, in un discorso alla nazione dallo Studio Ovale delle Casa bianca, ha esortato in serata l' America, nel quinto anniversario dell'attacco dell'11 settembre 2001, a ritrovare la necessaria unita' per sconfiggere il terrorismo ed ha lanciato un monito al leader di Al Qaida Osama bin Laden: ''Ti troveremo, non importa quanto tempo ci vorra', e ti assicureremo alla giustizia''. Bush ha ribadito che la chiave del successo contro il terrorismo e' in questo momento l'Iraq: ''Qualsiasi errore possiamo avere commesso in Iraq, l'errore maggiore sarebbe quello di andarcene senza avere completato l'opera, sarebbe quello di pensare che i terroristi, se ce ne andassimo, ci lascerebbero in pace''. Ma la strada della vittoria, ha detto Bush, passa attraverso l'unita' degli americani. ''Dobbiamo mettere da parte le nostre differenze - ha detto l'inquilino della Casa Bianca - e lavorare insieme per superare la prova che la storia ci ha dato''. Bush ha preso atto del fatto che l'America non e' oggi un paese cosi' unito come lo era cinque anni fa quando era sotto lo shock della strage dell'11 settembre. ''Oggi siamo piu' sicuri ma non siamo ancora sicuri - ha detto Bush - I nostri nemici non sono riusciti in cinque anni a lanciare un solo attacco sul nostro suolo, ma questo non significa che siano rimasti con le mani in mano''. Il presidente ha ricordato il complotto recentemente sventato dalla polizia britannica. I terroristi continuano a cercare armi di distruzione di massa e, se ci riuscissero, ''non avrebbero esitazioni nell'usarle contro di noi''. ''Abbiamo di fronte un nemico determinato nel portare morte e sofferenza nelle nostre case - ha detto il presidente Bush nel suo discorso alla nazione, trasmesso da tutte le maggiori reti televisive americane - Non abbiamo voluto noi questa guerra e ogni americano vorrebbe, cosi' come me, che fosse gia' finita''. ''Ma non e' cosi' e non lo sara' finche' non ci sara' un vincitore: o noi o gli estremisti - ha detto Bush - Questo conflitto determinera' il corso del nuovo secolo e definira' il destino di milioni di persone in tutto il mondo''. Il presidente ha ricordato il quinto anniversario della strage dell'11 settembre 2001 visitando i tre luoghi dove sono precipitati i quattro velivoli dirottati dai terroristi di Al Qaida. Dopo avere deposto domenica due corone di fiori a Ground Zero (dove sorgevano le Torri Gemelle) ha poi visitato, l'11 settembre, il campo della Pennsylvania dove e' caduto l'unico aereo dove i passeggeri si sono ribellati ai dirottatori, e quindi il Pentagono. Il presidente Bush da detto che la lotta al terrorismo ''e' una lotta per la difesa della civilta''' che richiede un paese unito: ''Combattiamo per mantenere il modello di vita di cui godono i paesi liberi - ha detto l'inquilino della Casa Bianca - La nostra nazione e' stata messa alla prova e abbiamo davanti a noi una strada difficile''. Ma quella contro il terrorismo, ha sottolineato il presidente, e' una lotta che deve essere assolutamente vinta per evitare di ''lasciare i nostri figli a fronteggiare un Medio Oriente sopraffatto da Stati terroristi e dittatori radicali armati con armi nucleari''. E' una lotta che puo' offrire alle ''brave persone del Medio Oriente'' la possibilita' di costruire ''societa' basate sulla liberta', la tolleranza e la dignita' umana''. ''Questo non e' uno scontro tra civilta' ma piuttosto una lotta per la civilta''', ha dichiarato. Il presidente ha sottolineato che gran parte dei dirigenti di Al Qaida che hanno ideato l'attacco dell'11 settembre sono stati catturati o uccisi. Manca ancora all'appello Osama bin Laden. ''Il nostro messaggio a Osama bin Laden e agli altri terroristi e' chiaro - ha detto Bush - Vi troveremo, non importimporta quanto tempo ci vorra', e vi assicureremo alla giustizia''

IL GIORNO DEL RICORDO - Una giornata di commozione, di rimembranza, ma anche di protesta, battibecchi e recriminazioni politiche, allarmi ma anche fiera commerciale: l'America ha pianto i suoi morti al World Trade Center, al Pentagono e in Pennsylvania senza dimenticare i soldati uccisi nella guerra senza fine contro il terrorismo, in Iraq e in Afghanistan. E' un'America polarizzata e divisa quella che si e' ritrovata a ricordare le stragi. Un'America che anela a voltare pagina, che aspira a ritrovare la coesione di quella tragica giornata di settembre quando, sotto un cielo blu cobalto come oggi, i dirottamenti di al Qaida cambiarono per sempre la sua storia. Il copione di oggi e' stato un bis degli ultimi quattro anni: minuti di silenzio a Ground Zero, al Pentagono, a Shanksville in Pennsylvania, tributi, la mesta recita dei nomi dei quasi tremila morti del peggior attacco terroristico sul suolo americano. ''Non e' facile venire a Ground Zero'', ha detto il sindaco di New York Michael Bloomberg dopo il primo minuto di silenzio che alle 8:47 ora di New York ha rievocato l'inizio del'attacco, quando il primo aereo di al Qaida si ando' a schiantare contro la Torre Nord del World Trade Center. In silenzio famiglie e amici delle 2.749 vittime hanno chinato il capo in segno di omaggio: alcuni con le lacrime agli occhi, in braccio mazzi di fiori e le foto dei cari perduti, mentre centinaia di manifestanti protestavano contro il presidente George W. Bush e la guerra in Iraq fuori dal recinto di Ground Zero. Circondati da poliziotti e pompieri in una stazione dei vigili del fuoco del Lower East Side, Bush e la moglie Laura hanno commemorato oggi l'anniversario senza dire nemmeno una parola. Bush, che aveva deposto ieri una corona di fiori a Ground Zero e oggi una al Pentagono, dopo New York si e' recato a Shanksville per rendere omaggio, con l'ex capo del Centcom Tommy Franks, ai 40 morti del volo United 93.

PATRIOTTISMO IN PENNSYLVANIA, PENTAGONO - Al Pentagono avevano fatto da maestri di cerimonia il vice-presidente Dick Cheney e il ministro della Difesa Donald Rumsfeld mentre il segretario di Stato Condoleezza Rice e' volata a Halifax per ringraziare il Canada che ospito' in Nova Scotia i passeggeri dei voli internazionali bloccati in attesa che venissero riaperti i cieli Usa. ''In posti come questi siamo ispirati dalla luce del patriottismo'', ha detto Franks nel prato dei morti della Pennsylvania, ''un momento ordinari cittadini, il momento dopo eroi per sempre''. E anche Cheney e Rumsfeld hanno battuto sul tamburo della ''determinazione'' dell'America a punire ''la gang di fanatici'' che l'ha colpita al cuore. Era la prima volta dal primo anniversario dell'11 settembre che Bush e' stato presente in tutti e tre i luoghi delle stragi: ''Non c'e' alcuna strumentalizzazione politica'', si e' affrettata a proclamare la Casa Bianca con una scusa non richiesta quanto necessaria in un clima politico di estrema polarizzazione a meno di due mesi dal voto di midterm.

PROTESTE E COMPLOTTISMO ANTI-BUSH - A Ground Zero e con Bush alla stazione dei pompieri le cornamuse hanno suonato God Bless America. Ma non sono state solo le note della commozione, il lamento del violoncello e della tromba di Wynton Marsalis, che sono risuonate oggi nella zona di Ground Zero: centinaia di persone hanno protestato oggi contro il presidente fuori dal recinto della commemorazione ufficiale. Magliette complottiste con la scritta 'Investigate l'11/9', picchetti di striscioni contro la guerra in Iraq hanno fatto da contrappunto alla cerimonia di commemorazione delle vittime. I manifestanti hanno distribuito volantini: a Bush veniva rimproverato di avere portato il paese in guerra con la scusa della lotta al terrorismo per assecondare interessi economici legati al Medio Oriente. Proteste del genere sarebbero state inimmaginabili cinque o quattro anni fa, cosi' come inimmaginabile sarebbe stato il clima da fiera all'esterno di Ground Zero: bancarelle vendevano bandiere per turisti e patrioti arrivati impreparati alla cerimonia.Inimmaginabili sarebbero state anche le recriminazioni politiche: democratici e repubblicani che sui gradini del Campidoglio cantarono nel pomeriggio dell'11 settembre 2001 God Bless America in coro oggi si sono accapigliati per Path to 9/11, il docudramma della Abc sugli errori che hanno portato all'11 settembre: messi sul banco degli imputati per essersi lasciati sfuggire bin Laden, i democratici hanno accusato la rete della Disney di aver ''riscritto la storia''.

BRIVIDI PER VIAGGIATORI TRENI, JET - Cinque anni dopo resta la paura. Oggi, ma per mezz'ora soltanto, hanno provato un brivido i viaggiatori di Penn Station a Manhattan, evacuata per un pacco sospetto. Hanno avuto paura i passeggeri di un volo United da Atlanta a San Francisco fatto scendere a Dallas per uno zaino e un cellulare senza padrone. E anche a Long Beach, alle porte di los Angeles, un pacco sospetto e' stato fatto esplodere nel parcheggio dell'aeroporto che, per precauzione, e' stato chiuso al traffico. Ma allo stesso tempo il paese ha voglia di voltare pagina: e di questa voglia hanno dato testimonianza ieri a Manhattan due liturgie parallele si sono consumate su Fifth Avenue a pochi passi l'una dall'altra. Pompieri in uniforme da tutto il mondo (alcuni anche in rappresentanza dall'Italia) hanno partecipato a una messa a San Patrizio in onore dei colleghi newyorchesi caduti mentre, accampati al Rockefeller Center sotto un maxischermo, i tifosi del tennis applaudivano alla vittoria di Roger Federer.

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Lunedì 11 Settembre 2006

11 settembre. 5 anni fa l'attacco terroristico. Bush depone 2 corone di fiori a ground zero

Rai.it, http://www.rai.it/news, 11/09/2006

Il presidente statunitense George W. Bush, accompagnato dalla first lady Laura, ha deposto due corone di fiori a Ground Zero, aprendo a New York le commemorazioni del quinto anniversario degli attacchi terroristici dell'11 settembre 2001.

Nel corso della cerimonia, in un silenzio quasi totale, la coppia presidenziale ha deposto una prima corona nello specchio d'acqua allestito dove si trovava la Torre nord, ed a quindi ripetuto il gesto pochi minuti dopo, a qualche decina di metri, laddove sorgeva la Torre gemella meridionale, in un secondo specchio d'acqua.

Bush e la first lady erano prima scesi lentamente a Ground Zero lungo la passerella allestita dopo gli attacchi - che causarono quasi 3mila morti a New York - per permettere la ricostruzione del sito, accompagnati dal sindaco della città Michael Bloomberg, dal suo predecessore al momento degli attacchi Rudolph Giuliani e dal governatore dello Stato di New York, George Pataki.

Dopo avere deposto le corone di fiori, la coppia presidenziale, accompagnata da cornamuse che intonavano 'America the Beautiful', si è recata nella vicina chiesa di St.Paul per partecipare a una funzione religiosa.

L'arrivo della coppia presidenziale era stato preceduto da una contestazione di qualche decina di oppositori della guerra in Iraq e dell'operato dell'amministrazione Bush, che hanno esibito cartelli contro "la fine dell'occupazione" e per il ritorno dei soldati americani.

Martedì 12 Settembre 2006

Messina, licenziata dal prete la perpetua gli brucia casa

ANSA.it, http://www.ansa.it, 12/09/2006

ROCCALUMERA - I carabinieri di Roccalumera hanno arrestato Silvia Gomez, 39 anni, brasiliana, con l'accusa di incendio doloso e detenzione di arma bianca. La giovane, dopo essere stata per 4 anni la perpetua del parroco, era stata licenziata dal prete.

La donna allora per vendetta si é recata nell'abitazione del sacerdote a Roccalumera tentando di dar fuoco alla casa, ma riuscendo solo a bruciare alcuni elettrodomestici e parte del mobilio. Le fiamme, infatti, sono state spente in tempo dai vigili del fuoco, avvertiti dai vicini. La donna nonostante la presenza dei militari dell'arma ha continuato a minacciare il prete, armata di un macete e di un coltellino prima di essere arrestata.

Perpetua e amante, scopre il prete con una donna e brucia casa

ANSA.it, http://www.ansa.it, 12/09/2006

PALERMO - Anni fa aveva lasciato il convento per sposarsi e da quattro era diventata la perpetua di don Carmelo Mantarro, sacerdote settantenne, che si divideva tra la parrocchia di Santa Teresa di Riva e quella di Allume, frazione di Roccalumera, nel Messinese. Ma Silvia Gomes De Sousa, l'ex suora, ora trentanovenne, è stata licenziata. E ieri ha tentato di incendiare la casa di don Mantarro, che si trova a Nizza di Sicilia; poi ha tentato di colpirlo con un macete, nonostante l'arrivo dei carabinieri.

Sembrava la reazione disperata di una persona rimasta senza lavoro; ma oggi, davanti al giudice che l'ha interrogata dopo il fermo, avrebbe ammesso che le motivazioni sono ben altre: avrebbe sorpreso il sacerdote con una donna della zona, anche lei sposata, e si è sentita tradita. Perché Silvia Gomes, secondo il racconto che avrebbe fatto a investigatori e magistrato, oltre a fare la perpetua per 700 euro al mese, avrebbe avuto una relazione con il prete, cominciata poco dopo la sua assunzione.

Il racconto della donna non si sarebbe fermato qui: avrebbe sostenuto, infatti, di aver dovuto abortire due volte. Poi, per provare il suo legame con il prete, Silvia Gomes avrebbe mostrato una lettera d'amore che, secondo il suo racconto, le sarebbe stata inviata dal sacerdote.

Dopo l'arresto, oggi il giudice monocratico di Messina, Antonino Giacobello, ha deciso di rimettere la donna in libertà con obbligo di firmare tre volte alla settimana nella stazione dei carabinieri di Roccalumera. Gli uomini dell'Arma l'avevano arrestata con l'accusa di incendio doloso e detenzione di arma bianca. Per fortuna l'incendio non ha distrutto tutta l'abitazione ma ha bruciato alcuni elettrodomestici e parte del mobilio.

Le fiamme, infatti, sono state spente in tempo dai vigili del fuoco, avvertiti dai vicini. La donna nonostante la presenza dei militari dell'Arma ha continuato a minacciare il prete, gridandogli che lo avrebbe ucciso, armata di un macete e di un coltellino, prima di essere arrestata. Da parecchio tempo, secondo i carabinieri, i rapporti tra don Mantarro e la perpetua erano tesi e ciò è evidenziato dalla corrispondenza sequestrata dai militari dell'Arma. In alcune lettere la brasiliana accuserebbe Don Mantarro di minacciarla se non si fosse fatta da parte.

Finora il sacerdote si è trincerato dietro un riserbo totale, senza dare spiegazioni a chi gliele chiede. La giovane dopo aver smesso l'abito religioso si era trasferita a Roccalumera, grazie all'aiuto di un amico, per badare a un anziano non più autosufficiente. Il parroco avrebbe conosciuto la donna proprio durante la visite fatte all'anziano per confessarlo, e l'avrebbe scelta come perpetua.

La donna si è recata nella casa del prete per appiccare il fuoco all'abitazione e dopo essere entrata è però riuscita a bruciare solo alcuni elettrodomestici e parte del mobilio, prima di essere fermata dai carabinieri. Sul posto erano giunti anche i vigili del fuoco, avvertiti dai vicini, che hanno spento subito le fiamme.

Papa: la guerra santa dell'Islam e' contro Dio e la ragione

ANSA.it, http://www.ansa.it, 12/09/2006

RATISBONA - "La violenza è in contrasto con la natura di Dio e dell'anima". Joseph Ratzinger torna da Papa all'università di Ratisbona e in una dotta dissertazione accademica sul rapporto tra fede e ragione, passando ad analizzare le strutture della fede nella Bibbia e nel Corano e l'immagine di Dio e dell'uomo, tocca anche il tema della guerra santa. Nell'aula magna dell'ateneo risuona grave la parola "jihad". "La conversione mediante violenza" da parte dell'Islam, dice Benedetto XVI è "cosa irragionevole" ed "é contraria alla natura di Dio".

BENEDETTO XVI: LA TEORIA DELL'EVOLUZIONE E' IRRAGIONEVOLE Sull' immensa spianata di Islinger Feld a Ratisbona (Baviera, sud della Germania) papa Benedetto XVI ha celebrato la messa all'aperto davanti a 300 mila fedeli, il cui afflusso era cominciato gia' nella notte.

In precedenza il pontefice era stato acclamato al suo arrivo sulla Papamobile, con la folla che scandiva a lungo il suo nome in italiano: 'Benedetto, Benedetto'. Quella di oggi e' la terza messa all'aperto che il papa celebra in questo suo viaggio in Baviera, dopo quelle di domenica a Monaco e di ieri al santuario mariano di Altoetting.

A Benedetto XVI le teorie sull' evoluzionismo non convincono affatto. Sono ''irragionevoli''. Durante la messa il Papa teologo ha invitato i cattolici desiderosi di capire, a porsi una domanda - ''che cosa esiste all'origine?'' - tenendo presente che ''i conti sull'uomo, senza Dio non tornano'', cosi' come ''i conti sul mondo, su tutto il vasto universo, senza di Lui non tornano''.

Le possibilita' di risposta, ha spiegato il Papa, sono solo due: o ''e' la Ragione creatrice, lo Spirito che opera tutto e suscita lo sviluppo o e' l'Irrazionalita' che, priva di ogni ragione, stranamente produce un cosmo ordinato in modo matematico e anche l' uomo e la sua ragione''. Se cosi' fosse, sarebbe allora ''il risultato casuale dell' evoluzione e quindi in fondo anche una cosa irragionevole''.Poi ha ricordato: ''Noi cristiani diciamo: credo in Dio padre, creatore del cielo e della terra, credo nello spirito creatore. Noi crediamo che all'origine c'e' il verbo eterno, la Ragione e non l'Irrazionalita'''.

Sin dai tempi dell'Illuminismo ''almeno una parte della scienza si impegna con solerzia a cercare una spiegazione del mondo in cui Dio diventi superfluo'' ma, ha ripetuto, alla fine ''i conti non tornano'' mai.

''Oggi che conosciamo le patologie e le malattie mortali della religione e della ragione, le distruzioni dell' immagine di Dio a causa dell'odio e del fanatismo, e' importante dire con chiarezza in quale Dio noi crediamo'' ha aggiunto il Pontefice, che si e' soffermato a riflettere sul ''volto umano di Dio'' e sul fatto che la ''fede richiama alla responsabilita''.

Napolitano: sul Libano nessuno capirebbe un voto non unanime

ANSA.it, http://www.ansa.it, 12/09/2006

Con la missione militare in Libano il nostro Paese ha assunto responsabilità importanti, il mondo ci guarda con più considerazione e dobbiamo essere all'altezza delle aspettative ora che il Parlamento è chiamato a ratificare la missione stessa. Perché "fuori d'Italia si farebbe molta fatica a comprendere un voto che non fosse praticamente unanime", dice Giorgio Napolitano incontrando i giornalisti dopo il colloquio di un'ora, all'Eliseo, col presidente francese Jacques Chirac.

Un colloquio che, dice il capo dello Stato, ha fatto registrare una grande convergenza sul Medio Oriente e sulle ipotesi di rilanciare il cammino dell'integrazione europea "salvando almeno la parte essenziale del Trattato Costituzionale.

E' un vero pressing, quello di Napolitano, che ben conosce i distinguo e le titubanze dei partiti di opposizione, e confessa di nutrire "qualche preoccupazione". Ma per aggiungere subito dopo: "Io sono assolutamente fiducioso, resterò fiducioso finché non sarò costretto a sbattere la testa contro il muro". Napolitano richiama e sottoscrive l'analogo auspicio formulato oggi dal presidente della Camera Bertinotti che "nella consapevolezza del suo ruolo istituzionale si è augurato un consenso unanime".

Inevitabilmente, la missione tiene banco durante la breve conferenza stampa presso l'Ambasciata d'Italia. I giornali oggi hanno riferito frasi rubate, durante un colloquio col premier spagnolo Zapatero, a Chirac, che avrebbe espresso la previsione di rischi in aumento, nei prossimi mesi, per i nostri soldati in Libano. "Non me ne ha parlato", taglia corto Napolitano. E che dire del nuovo minaccioso video di Al Qaeda? E dell'attentato all'ambasciata americana a Damasco? Sono cose ancora da valutare con chiarezza, risponde il capo dello Stato, ripetendo quello che ha già detto nei giorni scorsi: i rischi fanno parte di questi missioni; "sapevamo che non si andava a fare una passeggiata, nessuno è mai stato tanto ingenuo da pensare che andavamo in Libano con la benedizione di Al Qaeda.

L'accento poi si sposta sullo scopo principale del viaggio a Parigi: verificare come si può rimettere in moto il processo di unione politica europea bloccato da un anno e mezzo, a seguito del 'no' alla ratifica del nuovo Trattato Costituzionale, al referendum francese e olandese. Napolitano ne ha già parlato a Berlino, lo scorso luglio, e a ottobre andrà a Londra per sentire il polso del Paese leader degli euroscettici, senza il quale si rischierebbe una falsa partenza. Pare che il colloquio abbia rivelato che la Francia di Chirac è disposta a dare una mano, anche se il passaggio resta stretto. Come ha spiegato Napolitano, il presidente Chirac si sente costituzionalmente impegnato a non vanificare il responso del referendum. Ma al tempo stesso si sente legato al grande progetto varato col Trattato, al ruolo propulsivo avuto durante i lavori della Convenzione Europea.

Napolitano riconosce che si deve tenere conto del "malessere" e dell'insoddisfazione espressi dagli elettori, e perciò l'Europa deve riconquistare la fiducia dell'opinione pubblica attuando politiche comuni che affrontino e risolvano i problemi concreti dei cittadini, "ma è altrettanto vero che per fare questo servono istituzioni comunitarie rinnovate, consolidate, rafforzate.

Dunque, "dobbiamo cercare di salvare l'essenziale del Trattato, la prima parte che racchiude i principi comuni, e quella sulla riforma delle istituzioni". Su questo, fa capire, la Francia darà una mano. Pensa ad un "mini-trattato"?, chiede un giornalista francese, riprendendo la formula usata nei giorni scorsi dal ministro dell'Interno francese Sarkozy, candidato alla successione di Chirac all'Eliseo? Napolitano sfoggia il suo ottimo francese per dire che mini-trattato non è un'espressione che lo entusiasmi, ma di certo bisogna salvare il salvabile: e proprio il successo del tandem italo-francese sul Libano lo incoraggia a sperare. Questa vicenda "ha segnato un punto di svolta" nei rapporti bilaterali, ha detto, sottolineando che così la pensa pure Chirac.

Se il tandem è servito a trascinare tutta l'Europa di fronte alla crisi libanese, se ha contribuito a fare scendere in campo Solana come mediatore unico europeo sul nucleare iraniano, perché non pensare che possa rimettere in moto anche il Trattato Costituzionale? Ma appunto, al momento siamo alle speranze. Più attuali sono le preoccupazioni che intanto l'Italia si divida sulla missione.

En passant, Napolitano ricorda che l'europeismo dell'Italia significa, anche e innanzi tutto, rimettere in ordine i conti pubblici, riportare il deficit sotto controllo, rispettare gli impegni presi con l'Europa, che certo "non sono cancellabili".

Anche a luglio le entrate fiscali volano, cresce anche il debito

ANSA.it, http://www.ansa.it, 12/09/2006

ROMA - Le entrate fiscali continuano a volare. E luglio, mese nel quale molte imprese versano le imposte dell' autotassazione, ha confermato e migliorato l' exploit già registrato nei primi sei mesi dell' anno: un +12,6% che si traduce in 23 miliardi incassati in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.

A fare il calcolo è la Banca d' Italia che misura il gettito secondo i criteri della cassa, mentre ai fini del deficit è la competenza quella che conta. Ma gli ultimi dati di cassa e competenza sono sempre risultati allineati.

Ma a correre è anche il debito pubblico, uno degli indicatori sui quali Bruxelles ha acceso i riflettori. A giugno - ha calcolato sempre la Banca d' Italia - nonostante il buon andamento delle entrate di cassa, il debito ha segnato un nuovo record, raggiungendo il livello di 1.594 miliardi di euro contro i 1.573 miliardi di fine maggio.

I due dati ripropongono tutti i temi del dibattito politico che ha caratterizzato gli ultimi mesi tra "spalmatori" e "scalatori", tra chi ritiene necessario alleggerire e diluire in più anni la manovra finanziaria e chi invece evidenzia che bisogna puntare alla cima del Monte Bianco dei conti pubblici.

Le entrate fiscali avevano già spiccato il volo a giugno, con una crescita del 12,3% che aveva portato l' incremento di gettito a 19,6 miliardi. I dati mostravano un deciso incremento degli importi versati in base alle denunce dei redditi (autotassazione) ma anche di alcune poste di gettito una-tantum legale alla rivalutazione di alcuni beni delle imprese. Ora il dato di Banca d' Italia, che fotografa il gettito di "cassa", indica che nei primi sette mesi dell' anno le imposte dello Stato sono ammontate a 206,8 miliardi contro i 183,6 miliardi dello stesso periodo del 2005. In pratica sono 23,2 miliardi in più, che corrispondono ad un incremento del 12,6%. Il solo mese di luglio ha messo a segno un gettito di 36,5 miliardi contro i 31,5 miliardi dello stesso mese 2005: il balzo è del 15% e vale poco meno di 5 miliardi.

L'effetto del buon andamento delle imposte era già chiaro dai dati del fabbisogno dei primi sette mesi che si era fermato a quota 28,6 miliardi grazie ad un avanzo di 7,2 miliardi del solo mese di luglio.

Ma il bollettino "Finanza Pubblica" della Banca d' Italia mette in risalto anche l' andamento del debito pubblico, sul quale aveva richiamato l' attenzione all' Ecofin informale di Helsinki proprio il governatore, Mario Draghi. Dal dicembre scorso il debito ha inanellato sette incrementi successivi, superando per ben cinque volte il record assoluto del giugno 2005, quando il debito aveva toccato quota 1.546,5 miliardi. In un anno la crescita è stata di 47 miliardi, circa il 3% in più. L' incremento è ancora più alto - il 5,7% - se si calcola la crescita dall' inizio dell' anno, una crescita che nemmeno il buon andamento delle entrate registrato il giugno scorso è riuscita a frenare.

Mercoledì 13 Settembre 2006

Traffico: mobilita' migliore e' al centro-nord, Aosta al top

ANSA.it, http://www.ansa.it, 13/09/2006

ROMA - Beati i cittadini di Aosta, poi quelli di Siena, Parma, Pisa e Terni; più abituati all'ingorgo invece gli abitanti di Foggia, preceduti in una sorta di girone dantesco dagli 'utenti delle strade' di Caltanissetta, Agrigento, Bari e Siracusa. E' una fotografia, dai contenuti prevedibili quanto allarmanti, del primo Rapporto Aci-Eurispes sulla qualità della mobilità nelle 103 province italiane, presentato a Roma presso l'Automobil Club.

Un quadro deprimente, avvertono gli estensori dello studio, risultato di "un Paese incapace di soddisfare la richiesta di mobilità dei propri cittadini, costretti a privilegiare, in assenza di valide alternative, l'uso indiscriminato dell'auto".

E non a caso ad archiviare risultati deludenti sono soprattutto le grandi aree metropolitane, con la sola eccezione di Firenze, ancorata al 16/mo posto della classifica, che precede Bologna (19/ma), Venezia (24) e Roma, fotografata alla 33/ma posizione. Intorno a metà classifica figura poi Torino (47/mo posto), che precede Cagliari (58), Milano (72), Genova (79), Palermo (89), Napoli (89) e, come accennato, Bari (al 100/mo).

Numerosi gli indicatori statistici adottati: tra questi il numero di autovetture e di motocicli per abitante, la percentuale di abitanti per autobus circolanti, la velocità media dei mezzi pubblici, il numero di isole pedonali, l'entità del soccorso stradale, l'utilizzo del car sharing; come anche il grado di diffusione di corsie preferenziali, il consumo di carburante medio e la densità di linee di trasporto urbano ferrovie e autobus.

Secondo il Rapporto l'Italia appare quindi come "un Paese privo di un sistema adeguato di trasporto pubblico, ma anche delle infrastrutture necessarie per far fronte all'inevitabile costante aumento del traffico veicolare". Un Paese, ammonisce, "in cui perfino Aosta, risultata la migliore per Qualità della Mobilità, è ben lontana dagli standard imposti dalla società del 21/mo secolo". Per quanto riguarda il capitolo caldo del parco veicoli, sottolineano l'Aci e l'Eurispes, il nostro Paese risulta avere ancora oggi il più alto tasso di motorizzazione al mondo e per di più in costante crescita.

Il 1/o Rapporto Aci-Eurispes segnala inoltre una forte presenza delle province meridionali agli ultimi posti della classifica (a partire dall'82/ma posizione); una buona prova delle regioni del Centro (con ben 10 province - Siena, Pisa, Terni, Lucca, Arezzo, Perugia, Massa, Firenze, Pesaro e Ascoli - nei primi 20; una situazione privilegiata della Toscana (6 province presenti nelle prime 20 posizioni) e la prova decisamente scarsa della Sicilia, con ben 5 province collocate agli ultimi posti: Ragusa (93/mo), Trapani (98), Siracusa (99), Agrigento (101) e Caltanissetta (102).

Il Rapporto, ha spiegato nel corso di un incontro il presidente dell'Aci Franco Lucchesi, "mette in luce 3 punti nevralgici per il sistema italiano della mobilità: l'incidentalità stradale, l'inadeguatezza del trasporto pubblico locale, la scarsa pianificazione territoriale". Su quest'ultimo punto, ha aggiunto, "l'Aci ha più volte sottolineato il problema, ma finora nulla è stato fatto dagli amministratori locali".

Critico anche il presidente di Eurispes Gian Maria Fara: "l'auto in Italia - ha affermato - è un po' come il dottor Jekyll e Mister Hyde: da un lato essa rappresenta un impressionante moltiplicatore di fatturato e di attività economiche; da un altro essa viene vista come una specie di vacca da mungere, restituendo poco o nulla in servizi, comodità e agi per l'automobilista".

Ecco di seguito una tabella, realizzata con dati Aci ed Eurispes, con l'indice di qualità della mobilità per quanto riguarda le prime e le ultime 10 province.

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LE MIGLIORI 10 LE PEGGIORI 10

1) Aosta 103) Foggia

2) Siena 102) Caltanissetta

3) Parma 101) Agrigento

4) Pisa 100) Bari

5) Terni 99) Siracusa

6) Lucca 98) Trapani

7) Mantova 97) Caserta

8) Ravenna 96) Nuoro

9) Arezzo 95) Napoli

10) Trento 94) Avellino

Baghdad: macabri ritrovamenti, oltre 60 cadaveri in 24 ore

ANSA.it, http://www.ansa.it, 13/09/2006

BAGHDAD - Sessantaquattro cadaveri di persone non identificate vittime di esecuzioni - quasi tutti con le mani legate e un colpo alla nuca e molti anche con segni di tortura - sono stati rinvenuti in varie zone di Baghdad nelle sole ultime 24 ore, secondo quanto reso noto stamani dal ministero dell'interno iracheno.

Una fonte della sicurezza irachena ha precisato che dei corpi ritrovati, 49 sono stati rinvenuti nel sobborgo di Kharkh (nella parte ovest della città) e 15 a Rassafa (nella parte est). "Alcuni sono stati uccisi per motivi religiosi, altri sono vittime di crimini abietti", ha detto da parte sua un portavoce del ministero dell'interno di Baghdad, il gen. Hamed Khalaf.

L'Onu un paio di mesi fa stimò che le vittime della guerra civile settaria sotterranea che coinvolge soprattutto sciiti e sunniti, fatta di esecuzioni extragiudiziali da parte di veri e propri 'squadroni della morte', sono circa 100 al giorno in Iraq. Ma quello odierno è probabilmente un ritrovamento record per un lasso di tempo di sole 24 ore e questo malgrado un forte incremento nell'ultimo mese delle misure di sicurezze nella capitale da parte dei militari iracheni e americani e della polizia.

AUTOBOMBA A BAGHDAD, MORTI E FERITI Almeno 10 persone sono morte e almeno altre 33 sono rimaste ferite nell'esplosione di un'autobomba parcheggiata davanti alla nuova sede degli uffici della motorizzazione, quando si era radunata una folla di persone in attesa di entrare. Lo riferiscono fonti della sicurezza irachena. Fra i morti vi sono almeno due poliziotti ed una prima descrizione parlava di un'autobomba esplosa al passaggio di una pattuglia della polizia. Gli uffici della motorizzazione dove è avvenuto l'attentato di oggi si trovano nella parte orientale di Baghdad, non lontano dallo stadio. In un altro attentato un poliziotto è rimasto ucciso e altre sei persone ferite per una bomba di mortaio caduta ed esplosa su un posto di polizia nel quartiere al-Jadida di Baghdad.

SECONDA AUTOBOMBA A BAGHDAD, 8 MORTI E 19 FERITI Un'autobomba è esplosa oggi nel quartiere di Zayouna, nella parte orientale di Baghdad provocando la morte di otto persone ed il ferimento di altre 19. Lo hanno riferito fonti della polizia. Secondo le fonti, obiettivo dell'attentato sarebbero gli agenti di polizia messi a protezione di un impianto per la distribuzione dell'energia elettrica. Oggi un'altra autobomba nel centro della capitale irachena ha provocato 14 morti e 67 feriti di fronte ad un ufficio della motorizzazione.

UCCISI DUE SOLDATI USADue soldati americani sono morti in Iraq: uno è stato investito dall'esplosione di un ordigno collocato sul bordo della strada al passaggio del veicolo su cui viaggiava, a sud di Baghdad; un secondo è deceduto lunedì "a causa delle ferite riportate in combattimento", come ha reso noto oggi l'esercito Usa con un comunicato diffuso da Baghdad. Il soldato morto lunedì faceva parte della forze di spedizione dei Marines ed è stato ucciso in un agguato nella provincia di al Anbar, nel cosiddetto triangolo sunnita, cuore della rivolta antiamericana.

SADDAM, RIPRESO A BAGHDAD IL PROCESSO PER LO STERMINIO DEI CURDI E' iniziata questa mattina a Baghdad la sesta udienza del processo per lo sterminio di oltre 150 mila curdi all'ex presidente iracheno Saddam Hussein e sei suoi ex stretti collaboratori, tra cui suo cugino Ali Hassan al Majid, noto come "Alì il Chimico". Nelle prime battute dell'udienza, il pubblico ministero Munqit al Faraon ha avuto uno scontro con il presidente del tribunale, il giudice Abdullah al Ameri, che ha accusato di aver consentito a Saddam Hussein di pronunciare discorsi di carattere politico che nulla hanno a che fare con la sua difesa, e pertanto ne ha chiesto le dimissioni. Poco dopo è ripresa la deposizione dei testimoni dell' accusa.

GIORNALISTA IRACHENA ARRESTATA A TIKRIT Una giornalista irachena, Kalshan al-Bayati, è stata arrestata due giorni fa a Tikrit, l'ex feudo di Saddam Hussein, perché accusata di essere una fiancheggiatrice degli insorti. Lo ha reso noto ieri sera una fonte del Consiglio provinciale di Salaheddin, stando alla quale la donna è stata prelevata dalla sua abitazione nella notte tra domenica e lunedi. Anche il fratello è stato arrestato. Alla giornalista sono stati sequestrati materiale contenuto sul suo computer e un'auto nuova che, stando alla fonte, "é stata utilizzata in alcuni attacchi contro le forze irachene". Kalshan al-Bayati, una turcomanna sunnita di 33 anni, è una collaboratrice del quotidiano pan-arabo Al Hayat, con sede a Londra. La donna, inoltre, avrebbe legami di parentela con Atwar Bahjat, la giornalista della Tv satellitare Al Arabiya rimasta uccisa lo scorso febbraio mentre stava seguendo l'attacco al mausoleo sciita di Samarra. L'organizzazione 'Reporter senza frontiere' in un comunicato si è detta preoccupata dell'arresto ed ha chiesto alle autorità irachene l'immediato rilascio della giornalista.

MARINE ASSASSINO NON SARA' CONDANNATO A MORTE Un marine accusato con altri sei marine e un marinaio di avere ucciso un civile irachenonon rischierà la pena di morte, se sarà processato davanti alla Corte Marziale. Il procedimento giudiziario s'é oggi aperto a Camp Pendleton in California con un'udienza preliminare, al termine della quale il pubblico ministero ha raccomandato di non infliggere all'imputato la pena capitale. La raccomandazione della pubblica accusa è stata formulata dopo la testimonianza di un agente speciale del Naval Criminal Investigative Service, che ha ricostruito l'interrogatorio estremamente emotivo del caporale Jerry Shumate. La decisione finale sul deferimento alla Corte Marzialedel caporale Shumate sarà presa nei prossimi giorni.

Aumenta la voglia di laurea, un diplomato su 3 prosegue

ANSA.it, http://www.ansa.it, 13/09/2006

ROMA - Aumenta il numero dei diplomati che sceglie l'università. Complici le riforme del lavoro e quella dell'istruzione universitaria, un diplomato su tre, a tre anni di distanza dal diploma, ha deciso di proseguire gli studi.

A preferire subito il mondo del lavoro dopo il diploma sono gli uomini e coloro che hanno seguito istituti di tipo professionale. A scattare la fotografia del rapporto fra i giovani diplomati e il mondo del lavoro è l'Istat, mettendo in evidenza come "i cambiamenti intervenuti negli ultimi anni nel mercato del lavoro e nel sistema di istruzione universitaria sembrano aver influenzato gli atteggiamenti e i comportamenti dei giovani in uscita dalla scuola secondaria superiore". In base alle ultime rilevazioni dell'Istat, nel 2004 la quota dei diplomati che risultava impegnata esclusivamente negli studi universitari era pari al 34,2%, quasi 10 punti percentuali in più rispetto al 24,8% del 2001.

Scende, allo stesso tempo, la quota di coloro che nei tre anni successivi all'esame ha trovato un'occupazione, passando all'attuale 47,1% dal 55,5% del 2001: la partecipazione al mercato del lavoro, in particolare, è molto alta fra coloro che hanno seguito corsi professionali. Chi lavora, fra i diplomati, guadagna in media 942 euro al mese, anche se si osservano differenze fra nord e sud, dove si guadagna meno. Il 16% dei diplomati è invece in cerca di lavoro.

GLI IMPIEGHI DEI DIPLOMATI: A 3 anni dal diploma soltanto l'8% dei diplomati occupati svolge un'attività autonoma, mentre poco più del 70% lavora come dipendente, circa il 13% è costituito da lavoratori atipici ed il restante 9% lavora senza un regolare contratto. "I recenti cambiamenti delle normative che regolano i rapporti di lavoro sembrano aver accentuato il processo di flessibilizzazione della prestazione lavorativa, in modo particolare nella fase di primo inserimento: tra i diplomati del 2001, che a tre anni dal conseguimento del titolo lavorano, se più del 43% è occupato con un contratto a tempo indeterminato, quasi il 40% ha un rapporto di lavoro a termine", sottolinea l'Istat, precisando che "tra i diplomati che lavorano, quelli occupati come dipendenti con un contratto a tempo determinato sono pari al 13%, mentre il 14% è inserito nel mercato del lavoro con un cosiddetto contratto a causa mista, in cui la prestazione lavorativa è ridotta e accompagnata da attività di formazione.

DIPLOMATI IN CERCA LAVORO: Le diplomate manifestano un minore interesse ad entrare subito nel mondo del lavoro preferendo, più dei loro colleghi maschi, continuare gli studi (34,6% contro il 31,8% degli uomini). E' comunque "evidente" che le diplomate "incontrano maggiori difficoltà a trovare un'occupazione: a tre anni dal diploma la percentuale di donne in cerca di lavoro (18,5%) è di 6 punti superiore a quella dei maschi (12,6%)", osserva l'Istat, mettendo in evidenza che "anche a livello territoriale si riscontrano differenti opportunità di inserimento professionale: nel nord i diplomati in cerca di lavoro sono meno del 9%, mentre rappresentano quasi il 23% nelle regioni meridionali".

GLI STIPENDI: A poco più di tre anni dal conseguimento del titolo, i giovani che svolgono un lavoro continuativo a tempo pieno iniziato dopo il diploma guadagnano in media 942 euro al mese. In particolare, guadagnano di più coloro che provengono dai licei e dagli istituti tecnici (1.016 euro e 964 euro), mentre quelli con retribuzioni più basse sono i giovani provenienti dall'istruzione magistrale ed artistica (rispettivamente 806 e 810 euro).

TIPOLOGIE LAVORO: L'83% dei ragazzi che ha cominciato a lavorare nei 3 anni successivi al diploma è occupato in lavori continuativi, che vengono cioé svolti con cadenza regolare, anche se a termine, mentre poco più del 17% lavora in modo occasionale o stagionale.

Prodi in Cina: arriviamo tardi, dobbiamo correre

ANSA.it, http://www.ansa.it, 13/09/2006

NANCHINO - "Può esserci stato un ritardo, ma quando c'é uno sviluppo così multiplo i treni sono tanti e guai a ritardare ancora. Adesso siamo arrivati in ritardo e quindi dobbiamo correre". Romano Prodi, arrivando a Nanchino, spiega ai cronisti il senso della missione politico-economica dell'Italia in Cina.

Mi aspetto - aggiunge Prodi - che ci inseriamo in un mondo che sta cambiando. Vi sarete accorti immediatamente di cosa è la Cina. Basta vedere Nanchino: rinnovamento totale, infrastrutture, capacità produttiva enorme, un'esportazione che in una sola regione ha le dimensioni di un grande paese europeo. Questa è la Cina.

D'altra parte - prosegue ancora il presidente del Consiglio - è un paese che noi vogliamo assuma un ruolo nel mondo in forma collaborativa, non in forma dirompente. L'Italia è stata fuori troppo. Dobbiamo entrare con tutte le forze che abbiamo, anche se abbiamo molte debolezze.

A chi gli chiede di precisare il significato delle sue parole di qualche giorno fa, quando disse che l'Italia può diventare la porta d'Oriente, Prodi risponde: "Abbiamo sei giorni di navigazione in meno rispetto ad Amburgo e Rotterdam ed il 70% delle merci cinesi arriva lì e anche le prime lavorazioni si svolgono in quei porti. Questo significa essere tagliati fuori dallo sviluppo ulteriore del mondo".

L'Italia porta d'Oriente per l'Europa - conclude il premier - vuol dire che quegli sbarchi, quelle lavorazioni, i centri di servizi devono venire nel Mediterraneo. Il Mediterraneo sta guadagnando quote, ma negli ultimi anni la Spagna è in vantaggio sull'Italia.

La visita in Cina del presidente del consiglio "assume una importanza significativa per il nostro paese e la sua imprenditoria, soprattutto alla luce dell'intento dichiarato di impostare i rapporti bilaterali promuovendo una nuova strategia economica, politica e culturale". Lo ha detto all'Ansa Davide Cucino, presidente della Camera di Commercio Italiana in Cina. "Ritengo - ha proseguito - che questo proposito non possa che incoraggiare il consolidamento della presenza italiana nel Paese ed il trend di crescita già affermatosi nel corso del 2005 con riguardo al numero di progetti italiani in Cina (+30%)". La Camera di Commercio Italiana in Cina, che festeggia quest'anno 15 anni dalla fondazione, oggi conta un network di oltre 500 soci ed ha uffici a Pechino, Shanghai, Canton e Shenzhen.

Giustizia. Mancino: il Csm rischia la paralisi, governo e Parlamento intervengano

Rai.it, http://www.rai.it/news, 13/09/2006

La riforma dell'ordinamento giudiziario si può tradurre nella paralisi del Consiglio supremo della magistratura. Il vicepresidente del Csm, Nicola Mancino, nella prima riunione del plenum di Palazzo dei Marescialli lancia l'allarme e chiede l'intervento di governo e Parlamento per scongiurare il blocco dell'attività del Csm "in settori fondamentali".

Il Senato la prossima settimana discuterà in aula il ddl di sospensione della riforma. La denuncia di Mancino è stata concordata ieri in una riunione informale con tutti i consiglieri.

Proprio per preservare e, anzi, "rafforzare" lo spirito unitario che sembra animare questo nuovo Csm, spiega Mancino, è scattata l'ipotesi di un documento sulla riforma e sul ddl di sospensione da discutere in plenum, a cui erano contrari i laici della Cdl; anche perche' se il dibattito fosse slittato alla prossima settimana si sarebbe potuto parlare di una "interferenza" del Csm nei lavori del Senato alle prese con il ddl del governo. Niente di più lontano da quel che vuole il vice presidente: "Noi non abbiamo messo sotto giudizio la riforma - chiarisce -. Sottolineare le difficolta' di funzionamento per il Csm non significa compiere un' interferenza".

Tra le difficoltà evidenziate da Mancino, la trasformazione dell'azione disciplinare da discrezionale a obbligatoria: "Oggi - rileva - in sezione disciplinare ci sono 60 pendenze di cui 15 sospese. Non possiamo parlare di un sovraccarico dell'attivita' giurisdizionale, ma occorre un filtro che consenta per le denunce palesemente infondate uno sbocco immediato". Criticità verrebbero dalla riforma anche per cio' che riguarda gli incarichi direttivi: "Ci sono molti vuoti e un cumulo che occorre rimuovere - ricorda Mancino - ci vuole piu' speditezza e con la nuova legge la questione non è superata, ma c'è un aggravamento".

Tifare una squadra costa 140 mila euro nell'arco della vita

ANSA.it, http://www.ansa.it, 13/09/2006

LONDRA - Una passione irrinunciabile quanto costosa: un tifoso spende oltre 140mila euro nell'arco di una vita per tifare la sua squadra del cuore. E' questo emerge da uno studio condotto dalla Virgin Money found, che ha scoperto come ad ogni supporter costi annualmente circa 2500 euro l'amore per i colori sociali. Complici il loro proverbiale attaccamento e gli alti prezzi dei biglietti, sono gli inglesi i tifosi più spendaccioni d'Europa.

Nel corso di una carriera lunga 52 anni, è stato calcolato che sono circa 30mila gli euro investiti nell'acquisto di abbonamenti allo stadio, altri 15mila sono destinati ai biglietti per coppe e trasferte, mentre ammonta a 60mila euro quanto speso per i trasporti. Tra le spese menzionate, anche quelle per gadget, cibo e bevande.

La federazione dei tifosi inglesi (Football Supporters Federation), sottolineando come i biglietti per le partite di campionato inglese siano tra i più cari d'Europa, denuncia l'inevitabile fuga dagli stadi di sempre più tifosi. In Gran Bretagna il prezzo medio di un tagliando raggiunge i 44 euro, una cifra sensibilmente superiore a quanto pagato dagli appassionati in Germania (10 euro è il prezzo base) così come in Italia e Spagna (15 euro).

I tifosi sugli spalti sono il sangue del calcio - ha commentato Malcolm Clarke, presidente della Football Supporters Federation -. Senza di loro i milioni di spettatori davanti alla tv non esisterebbero. Dobbiamo trovare un nuovo accordo per tutelare i tifosi che frequentano gli stadi.

Giovedì 14 Settembre 2006

Nubifragio nel ponente ligure, straripati torrenti

ANSA.it, http://www.ansa.it, 14/09/2006

GENOVA - Torrenti in piena, alcuni straripati, strade allagate, centinaia di chiamate di soccorso e allarme frane in atto. E' il bilancio di un violento nubifragio che si è abbattuto all' alba nelle province di Imperia e di Savona, dove sono in corso ancora abbondanti precipitazioni. In Prefettura è stata costituita l'Unità di Crisi per decidere le strategie operative per affrontare l'emergenza. Secondo fonti della Prefettura, la situazione peggiore è in atto nella zona a ponente della provincia, con numerosi tratti di Aurelia allagati a Ventimiglia, Vallecrosia e Bordighera. Centinaia le chiamate a vigili del fuoco, protezione civile, 118 e forestale, per auto rimaste bloccate con l'acqua fin sopra il tetto. In alcune scuole di Camporosso, gli alunni, soprattutto quelli più piccoli, sono stati rimandati a casa. Ancora dalla Prefettura invitano a non muoversi se non per estrema necessità, sia lungo la costa sia, soprattutto, nell'entroterra. A Bordighera sono straripati il torrente Verbone, che ha danneggiato molte auto parcheggiate ai lati della strada, e il Rio Borghetto. Altri corsi d'acqua della provincia sono in piena. Si segnalano smottamenti a Badalucco, in valle Argentina e a Ceriana. Nel Savonese si sono allagati i campi nella piana di Albenga. La pioggia torrenziale che aveva già duramente colpito gli agricoltori dopo Ferragosto ha dato il secondo colpo di grazia. Distrutta completamente la produzione a cielo aperto. La Protezione Civile ha inviato i propri volontari e tecnici a controllare lo stato dei fiumi cittadini, soprattutto il Centa e l'Arroscia. Le strade che corrono lungo le campagne sono completamente allagate. Allagate anche alcune abitazioni lungo la strada per San Fedele di Albenga.

FULMINE SU LINEA AEREA FERROVIA, RITARDI

Il nubifragio che si sta abbattendo sul ponente ligure ha creato disagi anche al trasporto ferroviario. Si sono verificati allagamenti dei binari e degli scambi in Francia e un tratto di linea aerea e' stato danneggiata da un fulmine tra Ventimiglia e Taggia. La circolazione e' rimasta bloccata oltre confine dalle 7:20 alle 8:40 a causa dell'allagamento degli scambi e i collegamenti sono ripresi con gravi ritardi per i convogli. Vicino a Taggia (Imperia), un fulmine ha colpito la linea aerea e si procede su un binario solo. I tecnici delle ferrovie sono al lavoro e il guasto potrebbe essere riparato intorno alle 11. Le squadre di emergenza, ha evidenziato Trenitalia, hanno raggiunto con gravi difficolta' la zona per l'intervento, per la precaria situazione dei collegamenti stradali a causa di allagamenti che hanno colpito in particolare la statale Aurelia. Da Genova sono intanto partite per l'imperiese squadre di rinforzo dei vigili del fuoco. Per il momento sono stati inviati 9 uomini e 4 automezzi che si sono messi a disposizione del comando locale.

SGOMBERATI 2 CAMPEGGI NEL SAVONESE

Due campeggi in cui si trovavano una trentina di turisti, situati poco lontano dal fiume Centa, sono stati fatti sgomberare dalla Protezione Civile per ragioni di sicurezza. Il fiume ha infatti raggiunto livelli di guardia a causa del nubifragio che si e' abbattuto nella zona. Tecnici del Comune e della Provincia continuano a monitorare la situazione. Decine le telefonate ricevute dai vigili del fuoco per scantinati e garage allagati. Al lavoro anche i vigili urbani che stanno facendo fatica a controllare la viabilita' in centro.

Il Papa: 'vivamente rammaricato per reazioni alle mie parole''

ANSA.it, http://www.ansa.it, 14/09/2006

CASTEL GANDOLFO (ROMA) - "Sono vivamente rammaricato per le reazioni suscitate da un breve passo del mio discorso all'Universita di Ratisbona, ritenuto offensivo per la sensibilita dei credenti musulmani". E' quanto ha affermato Benedetto XVI prima della preghiera dell'Angelus a proposito dell'ondata di protesta scatenata nel mondo islamico dal suo discorso all'Università di Ratisbona.

Spero che la dichiarazione resa pubblica ieri dal cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone, in cui ha spiegato l'autentico senso delle mie parole, valga a placare gli animi e a chiarire il senso del mio discorso, che nella sua totalità era ed è un invito al dialogo franco e sincero, con grande rispetto reciproco. Il passo del discorso all'Università di Ratisbona, ritenuto offensivo dai credenti musulmani, era "una citazione di un testo medioevale, che non esprime in nessun modo il mio pensiero personale".

Il viaggio apostolico in Baviera, che ho compiuto nei giorni scorsi, è stato una forte esperienza spirituale, nella quale si sono intrecciati ricordi personali, legati a luoghi a me tanto familiari e prospettive pastorali per un efficace annuncio del Vangelo nel nostro tempo. Così papa Benedetto XVI, interrompendosi più volte per la pioggia scrosciante che cadeva sui fedeli riuniti nel cortile del Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo, ha iniziato il suo atteso discorso di oggi, prima della recita dell'Angelus. "Ringrazio Dio - ha aggiunto - per le consolazioni che mi ha dato di vivere e sono riconoscente, al tempo stesso, a tutti coloro che hanno attivamente lavorato per la riuscita di questa mia visita pastorale". Di essa il Papa ha detto che parlerà più diffusamente nell'udienza generale del prossimo mercoledì in Piazza San Pietro. Dopo le ulteriori precisazioni sul senso del suo discorso a Ratisbona e l'espressione del suo "vivo rammarico" per le reazioni scatenatesi nel mondo islamico, il Papa si è quindi soffermato su due recenti ricorrenze liturgiche, la festa dell'esaltazione della Croce e la memoria della Madonna Addolorata, celebrate il 14 e 15 settembre.

Anche la televisione satellitare del Qatar al Jazira, la più seguita nel mondo musulmano, ha trasmesso in diretta l'intervento del Benedetto XVI all'Angelus

VIMINALE INNALZA LIVELLO SICUREZZA

Una circolare del Viminale inviata a tutti i questori innalza il livello di sicurezza dopo le minacce nei confronti della comunità cattolica seguite al discorso del Papa a Ratisbona. La circolare, firmata dal capo della Polizia, De Gennaro, invita i questori ad intensificare le indagini e il monitoraggio nei confronti degli ambienti del radicalismo islamico. "Non potendosi escludere, sul territorio nazionale - è scritto nella circolare giunta nella sera di ieri - il verificarsi di analoghe manifestazioni di dissenso, nonché azioni violente" come quelle messe in atto in alcuni paesi islamici. Il 12 settembre scorso - ricorda la circolare - sua Santità ha tenuto una lectio magistralis con considerazioni sulla religione islamica "che hanno provocato forti critiche in alcuni paesi musulmani non disgiunte da atti vandalici nei confronti delle comunità cattoliche". "Toni particolarmente accesi" contro il Santo Padre, rileva il Viminale, sono stati registrati sui siti notoriamente utilizzati da organizzazioni jidahiste.

Controlli accurati a Castel Gandolfo tra i fedeli che stanno assistendo all'Angelus del Papa. Dopo le minacce nei confronti di Benedetto XVI all'indomani del suo discorso su Islam e Guerra santa all'università di Ratisbona, quello di oggi è un appuntamento tenuto sotto stretta osservazione dai responsabili della sicurezza, anche se, si fa notare, non ci sono segnalazioni specifiche e il livello di attenzione su simili eventi è sempre al massimo livello. A differenza delle altre domeniche è stato però esteso il perimetro controllato dalle forze dell'ordine attorno a Castel Gandolfo: il dispositivo di sicurezza è così articolato su tre livelli.

Un primo livello riguarda il palazzo papale; il secondo i varchi d'accesso al centro storico di Castel Gandolfo dove polizia e carabinieri controllano chiunque entri con il metal detector e un terzo che controlla il perimetro esterno del paese, pattugliato da volanti. Anche per l'accesso al palazzo i controlli sono molto accurati: i portoni del palazzo sono stati aperti poco fa e alle le circa duemila persone in fila vengono controllate borse e zaini. Folta la presenza di fedeli stranieri, dal Venezuela al Portogallo, dalla Francia alla Polonia.

GUL, PER GOVERNO TURCO VISITA RESTA IN PROGRAMMA

Per il governo turco non vi è alcun motivo di cambiare la data della visita del Papa : è quanto ha dichiarato il ministro degli esteri di Ankara, Abdullah Gul, a proposito del viaggio programmato in Turchia per fine novembre da papa Benedetto XVI e apparso a rischio dopo l'ondata di polemiche nel mondo musulmano per le dichiarazioni fatte dal pontefice su Maometto e l'Islam. Gul ha fatto questa precisazione all'aeroporto di Ankara, prima di imbarcarsi per New York dove parteciperà all'annuale assemblea generale dell'Onu.Il ministro ha scritto una lettera a papa Benedetto XVI per esortarlo a non rimandare la sua visita, in programma dal 28 al 30 novembre, spiegando che, ad avviso del responsabile della diplomazia turca, la visita può rappresentare "un'importante opportunità per promuovere il dialogo tra culture diverse". "La responsabilità dei leader spirituali e politici - scrive Gul nella sua missiva- è quella di sottolineare le somiglianze, e non le differenze, tra le religioni".

EGITTO, FRATELLI MUSULMANI ACCETTANO SCUSE

I Fratelli musulmani, la principale forza d'opposizione in Egitto, hanno accettato le scuse del Papa. "Accettiamo le parole del papa e le sue scuse per le dichiarazioni e le citazioni che ha detto non riflettono il suo punto di vista personale", ha detto all'Ansa il numero due dell'organizzazione Mohamed Habib - Avremmo auspicato che avesse anche confermato come l'islam sia una religione di amicizia, di cooperazione e di fratellanza tra Occidente e Oriente". "Diamo particolare importanza al dialogo tra l'oriente musulmano e l'occidente cristiano nell'interesse dell'umanità", ha aggiunto Habib. L'agenzia ufficiale di stampa egiziana Mena ha dato la notizia del discorso del Papa all'Angelus, dicendo che Benedetto XVI si è "personalmente scusato", per le dichiarazioni sull'islam.

GRAN MUFTI PALESTINA CONDANNA ATTACCHI CHIESE

Il gran mufti di Palestina lo sceicco Muhammad Hussain, ha condannato gli attacchi contro le chiese degli ultimi giorni a Nablus e Gaza ed ha invitato i musulmani palestinesi "alla calma e alla ragione": lo ha riferito oggi l'agenzia di stampa palestinese Maan. "Siamo un popolo di musulmani e di cristiani che vivono insieme, ognuno con le speranze e con le sofferenze dell'altro, dobbiamo essere uniti e saggi davanti a ogni offesa ai nostri simboli religiosi" ha affermato il grand mufti, ha riferito Maan. Negli ultimi due giorni cinque chiese di Gaza e di Nablus sono state attaccate a colpi di arma da fuoco e con bottiglie incendiarie. Gli attacchi, che hanno fatto solo danni limitati, sono stati rivendicati da gruppi finora sconosciuti che hanno affermato di voler protestare contro le dichiarazioni del papa su Islam e violenza.

IN IRAN CHIUSI PER PROTESTA I SEMINARI SCIITI

I principali seminari sciiti iraniani sono stati chiusi oggi in segno di protesta per le parole sull'Islam pronunciate dal Papa, che il ministero degli Esteri di Teheran ha invitato a "rivedere e correggere con rapidità i suoi commenti" al fine di "prevenire le fiamme del sentimento religioso dei Musulmani". L'agenzia Irna riferisce che tutte le scuole religiose sono chiuse oggi nella città santa sciita di Qom, 130 chilometri a sud di Teheran, dove durante un raduno ha parlato Ahmad Khatami, il religioso che per primo aveva attaccato il Pontefice parlando come oratore della preghiera del venerdì a Teheran. Chiusi anche i seminari di Tabriz, di Ilam, di Saveh e le 11 scuole religiose della provincia di Semnan. Uno dei più influenti ayatollah di Qom, Makarem Shirazi, ha emesso una dichiarazione in cui si rivolge direttamente a Benedetto XVI: "Signor Papa - gli dice - invece che attaccare i Musulmani, farebbe meglio a dire ai suoi statisti senza pietà e assetati di sangue che l'epoca della dominazione coloniale è finita". In un editoriale, il quotidiano conservatore 'Jomhuri Eslami' afferma che il Papa ha parlato "sotto dettatura dei Sionisti e degli Stati Uniti" il cui fine è quello di "mettere in ombra la vittoria dei figli dell'Islam dell'Hezbollah in Libano". Il giornale afferma anche che "una delle pagine più nere" nella Storia della Chiesa è "il silenzio sulla tragedia dei Palestinesi, e in alcuni casi l'aiuto dato ai Sionisti contro il popolo oppresso della Palestina".

DUE CHIESE DANNEGGIATE IN CISGIORDANIA

Due chiese cattoliche sono state danneggiate da sconosciuti in Cisgiordania nelle ultime ore. Lo riferiscono fonti locali secondo cui ignoti hanno cercato di appiccare il fuoco alle chiese di Tubas e di Tulkarem, provocando danni materiali contenuti. Nel frattempo il patriarca latino di Gerusalemme monsignor Michel Sabbah è giunto a Nablus dove ieri sono state danneggiate cinque chiese.

AHMADINEJAD, ATTACCHI RIVELANO DEBOLEZZA NEMICI

Gli insulti all'Islam e ai Musulmani sono "un segno della debolezza dei nemici". Lo ha detto il presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad, citato oggi dall'agenzia ufficiale Irna, pur senza citare direttamente Papa Benedetto XVI. Ieri lo stesso Ahmadinejad, sempre senza nominare esplicitamente il Pontefice, aveva affermato che vi sono "alcuni tentativi di distorcere e mostrare un'immagine non reale dell'Islam" e aveva aggiunto che "l'Islam è la religione più perfetta, la più bella, la migliore per l'Umanità" e "l'unica via per la salvezza". Da parte sua, il ministero degli Esteri di Teheran ha consigliato al Papa di "rivedere e a correggere con rapidità i suoi commenti" al fine di "prevenire le fiamme del sentimento religioso dei Musulmani". "L'attuale situazione mondiale - ha detto oggi Ahmadinejad incontrando il presidente sudanese Umar Hassan Ahmad al Bashir all'Avana, dove entrambi si trovano per un vertice dei Paesi non allineati - è favorevole al mondo dell'Islam e delle nazioni musulmane". Per questo ha aggiunto di considerare "gli insulti all'Islam e ai Musulmani come un segno della debolezza dei nemici". "Se gli Stati musulmani rimangono fianco a fianco e si uniscono sulla base dei loro valori comuni - ha aggiunto il presidente iraniano - niente può essere una minaccia per loro".

CALDEROLI, SANTO PADRE SOTTO TUTELA ONU

L'Onu si interessa, e anche male di tante cose. Se il Santo Padre non venisse messo sotto la tutela della Comunità Internazionale sarebbe una cosa gravissima. Lo ha detto il vicepresidente del Senato, Roberto Calderoli, commentando a Venezia, a margine della festa della Lega, le reazioni suscitate dalle affermazioni di Benedetto XVI su Islam e violenza. "Mi sembra di rivivere, ovviamente con l'umiltà rispetto alla persona - ha spiegato Calderoli - la questione della mia 'maglietta': di una cosa che non è mai esistita ne fanno uso per un attacco, quando chi attacca invece sono loro, strumentalizzando qualunque cosa". "Purtroppo - ha proseguito - era immaginabile la reazione di qualche Imam o esponente religioso. Ma che si arrivi addirittura alla reazione di Stati e al ritiro degli ambasciatori dallo Stato Pontificio mi pare faccia nascere la necessità che tutti gli stati occidentali si schierino dalla parte del Papa, in maniera molto manifesta". "E a chi ritira gli ambasciatori - ha concluso - dobbiamo rispondere con la stessa moneta, ritirando le nostre delegazioni diplomatiche".

CESA, INDIGNATI DA SILENZIO EUROPA

La cosa che sorprende ed indigna di più della reazione di parte del mondo islamico è stato il silenzio dell'Europa e dell'Italia. Non riconoscere le radici cristiane sulle quali si fonda la nostra convivenza civile e rinunciare a spendere una parola in difesa del Santo padre è un grave segnale di debolezza: lo afferma Lorenzo Cesa, segretario dell'Udc, a conclusione della Festa del partito.

Afghanistan: Polonia mandera' altri mille uomini

ANSA.it, http://www.ansa.it, 14/09/2006

VARSAVIA - La Polonia ha detto oggi che manderà altri mille uomini per unirsi al suo attuale contingente di cento uomini in Afghanistan in risposta a richieste di rinforzi da parte della Nato.

La Polonia rafforzerà il suo contingente in Afghanistan, manderemo altri mille uomini a partire da febbraio, ha detto il portavoce del ministero della Difesa Leszek Laszaczak.

AFGHANISTAN: ESPLOSIONE A FUNERALI, SEI MORTI E 30 FERITI

AFGHANISTAN: 90 TALEBAN UCCISI DA TRUPPE ISAF NEL SUD

Auto: Corte Ue, no a Italia divieto detraibilita' Iva

ANSA.it, http://www.ansa.it, 14/09/2006

BRUXELLES - Lo Stato italiano non poteva - alla luce della sesta direttiva europea sull'Iva - sistematizzare la regola del divieto della detraibilità dell'Iva su determinati beni come autoveicoli e carburanti utilizzati nell'attività della propria impresa.

E' quanto in concreto afferma la Corte di giustizia europea nella causa pregiudiziale posta dalla Commissione tributaria di primo grado di Trento in una controversia tra 'Strada Asfalti' e l'Agenzia delle entrate. I giudici europei, nella sentenza pregiudiziale pubblicata oggi a Lussemburgo, sottolineano che lo Stato non puo' escludere in maniera strutturale le operazioni su determinati beni dal regime delle detrazioni stabilito dalla sesta direttiva europea sull'Iva del 1977.

La conseguenza e' che coloro che hanno assolto il pagamento dell'Iva devono poter ricalcolare il loro debito d'imposta nel limiti in cui questi beni o servizi su cui e' stata pagata l'Iva sono soggetti all'imposta. Sara' il giudice italiano a pronunciarsi, sulla base dell' interpretazione data dalla Corte di giustizia europea.

Aerei, giro di vite su bagaglio a mano

Ultim'ora Televideo, http://www.televideo.rai.it, 14/09/2006

2.00 L'Unione europea si appresta a imporre limiti più restrittivi sul bagaglio a mano a bordo degli aerei. Lo ha reso noto il commissario ai Trasporti Barrot Dopo gli sventati attentati dello scorso agosto a Londra, le nuove misure di sicurezza prevedono una riduzione delle quantità di liquido che si possono portare a bordo. Saranno comunque ammessi biberon, sciroppi e piccoli contenitori di profumo e shampoo. La Commissione darà il via libera dopo una riunione di esperti, a fine mese.