Perlesvaus e il sacrificio del figlio del re

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Come abbiamo precedentemente avvertito 1383, i testi che narrano del Graal vanno letti con attenzione tenuto conto che videro la luce in un periodo in cui era forte il tentativo di nascondere quello che era rimasto del culto del Battista con notizie che riguardavano invece il “falso profeta” e soprattutto sua madre, la Maddalena 1381. Ma proprio questi testi, come tutta la letteratura cristiana in cui la menzogna si confonde con la verità lasciando trapelare qualche evidenza di quest’ultima, ci tramandano molte interessanti evidenze.

Noi in questa sede non ci soffermeremo ad analizzare quelli che abbiamo letto in bibliografia, 1 ma riporteremo solo i passi che permettono di comprendere meglio il sacrificio a cui fu sottoposto Giovanni.

Potremmo cominciare dal “Giuseppe di Arimatea” di Roberto de Boron, in cui già il titolo promette di rivelare cose che riguardano il “falso profeta” più che quello vero. Ma lasceremo questo testo ad altre pagine, mentre vogliamo qui riferire ciò che troviamo nel “Perlesvaus”, scritto da un autore ignoto. Senza entrare nei dettagli del racconto (secondo noi di un’importanza unica per le ricerche sul Cristianesimo), spieghiamo brevemente che il testo narra delle avventure di alcuni cavalieri alla ricerca del Graal, intrecciando aneddoti sulla storia antica e medievale in uno stile chiaramente enigmatico, di chi vuol svelare dei segreti ma è costretto a farlo con sotterfugi infiniti.

Uno dei protagonisti (Galvano) arriva nelle terre dei discendenti di quelli che avevano ucciso Giovanni Battista. Qui viene custodita la spada che decapitò Giovanni, e di essa si narra un particolare per noi molto importante sull’ora in cui avvenne la morte (molto prossima a quella di un pranzo...):

Gronda sangue tutti i giorni a mezzogiorno, perché è l’ora in cui avvenne la decapitazione. 2

Il re offre a Galvano la spada in cambio della salvezza di suo figlio rapito da un gigante. Galvano riesce sì a uccidere il gigante, ma non a salvare il figlio il cui corpo viene portato al cospetto del re. Questi allora compie un sacrificio che ben ricorda le pagine da noi appuntate per raccontare il modo in cui fu sacrificato il corpo di Giovanni Battista 593:

[Il re] Piange il figlio, insieme agli abitanti del castello, con profondo dolore. Poi fa accendere un grande fuoco al centro della città. Fa mettere il figlio in un recipiente di bronzo pieno d'acqua e lo fa cuocere in quel fuoco. Intanto, ordina di appendere alla sua porta la testa del gigante. Quando le carni del giovane sono cotte le fa tagliare in pezzetti piccolissimi, fa convocare tutti i suoi vassalli e ne da uno ad ognuno, finché non sono tutti distribuiti. Alla fine, si fa portare la spada e la dona a Galvano, che lo ringrazia di cuore. «Vorrei fare qualcos'altro per voi» dice il re. Convocò tutti i vassalli nella sala del castello. «Signore» disse, «voglio farmi battezzare», e sceglie il nome di Arciere. Dopo di che chiese a Galvano di tagliare la testa a tutti quelli che si rifiutavano di credere in Dio. 3

Immaginiamo che, soprattutto di fronte a tanta crudeltà, difficilmente un credente può accettare le nostre ricostruzioni storiche, in quanto ciò presupporrebbe il rifiuto di quello che la Chiesa gli continua a raccontare da millenni.

Ammettiamo pure che la storia narrata dalla Chiesa è meno cruenta e più appetibile delle nostre ricostruzioni storiche. Ma noi continuiamo a preferire la verità alla menzogna, anche quando quest’ultima rende la storia migliore di quello che è stata. Non fosse altro perché dalla verità discende ancora altra verità, per cui le nostre scoperte possono raggiungere risultati che non sono stati ottenuti in tanti secoli di infruttuosa esegesi neotestamentaria, effettuata senza mai ipotizzare che proprio la menzogna pervadesse tutti i testi che gli esegeti volevano studiare e difendere, spacciandoli per “verità rivelate”.

Noi invece, dopo aver letto il precedente brano, possiamo sfidare il lettore con altre domande che derivano dalle seguenti ovvie considerazioni. Sappiamo infatti che ad uccidere Giovanni non fu un Erode qualsiasi ma esattamente re Agrippa II 1246, di cui la cronaca di Mosè di Corene ci tramanda fosse detto il Grande in quanto alto di statura 1225. È dunque per questo che l’ignoto autore ci testimonia che fu un “gigante” ad uccidere il figlio del re?

Ma la domanda ancora più eminente è quella che deriva da questo parallelo ricavato dal racconto del Perlesvaus. Se infatti il re è anche quello che ordina di mangiare il proprio figlio, è possibile che Giovanni fosse tale, ovvero figlio di Erode Agrippa II?

Quest’ultima domanda è indirettamente rintuzzata da quest’altra affermazione nell’apocrifo 910:

And they lead astray many hearts because of their disorder and their unchastity. Many places will be sprinkled with blood. And five races by themselves will eat their sons.

Anche la risposta a questi quesiti ci condurrà su nuove strade di ricerca non poco sorprendenti.

Note


1 Cfr. [Il Graal].

2 Cfr. [Il Graal] pag. 443.

3 Cfr. [Il Graal] pag. 445.

Note di redazione (statistiche generali)


Prima redazione: 28/05/2008. Revisioni: 25/09/2008.

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