DEI RICCHI

Metodo scientifico e storico

 

A scuola, si insegna che questo modo di investigare la natura fu iniziato da Galileo Galilei.

Ritengo plausibile che questo metodo sia in uso da quando esiste la razza umana. Senza voler addentrarci in una precisa disamina, mi sento di affermare che l’attività di stabilire delle ipotesi, elaborare delle teorie e verificarne l’applicazione pratica sia tipica di qualsiasi attività conoscitiva.

Il metodo scientifico ha insita una sua popolarità, cioè può essere utilizzato da chiunque. Non solo: la bontà dei risultati a cui conduce dipende dalla replicabilità delle sue operazioni. Ovvero, i cosiddetti esperimenti devono poter essere ripetuti da chiunque voglia verificarli.

Ovviamente, questa non è una possibilità generalizzabile senza condizioni. Spesso, è limitata a persone o comunità di studiosi in possesso di strumenti e conoscenze adeguate allo scopo. Però, sappiamo che gli esperimenti più semplici da cui scaturiscono poi i fondamenti della maggior parte delle scienze sono tali, in quanto chiunque li può eseguire.

Per fare un esempio, vi propongo un famoso teorema di geometria, quello di Pitagora. Una volta note le regole base, qualsiasi studente di scuola media è capace di dimostrarlo da sé, anzi, quelli più scaltri trovano addirittura metodi diversi.

Riepilogando, il metodo scientifico si fonda su regole semplici, replicabili, e soprattutto su dati di partenza verificati e disponibili a tutti.

È possibile utilizzarlo anche nella ricerca storica? Ovvero, se uno studioso che cerca di comprendere la natura usa il metodo scientifico per testare l’applicabilità delle proprie teorie, allo stesso modo può procedere uno storico che cerca di ricostruire i fatti, partendo dalle testimonianze tramandate sotto varie forme, non solo scritte?

La risposta, se non univocamente negativa, è quantomeno attendista perché lo storico non può applicare il metodo scientifico sic et simpliciter come fa il suo collega che insegna matematica o fisica. Prima di tutto, perché la ricerca storica ha per fine quello di ricostruire una realtà non più a portata di mano e quindi, spesso, non verificabile. In secondo luogo, perché le testimonianze da cui parte tante volte sono frammentarie, lacunose, contraddittorie e, soprattutto, lontane nel tempo e nello spazio non solo dall’utente finale, ma anche dal fatto che vorrebbero rappresentare.

Mentre il matematico o il fisico partono di norma da basi verificate, lo storico non può prescindere da un assunto iniziale: supporre che la testimonianza che riceve non sia vera, ma volutamente falsa, eventualità legata all’interesse della fonte di tramandare qualcosa parzialmente o totalmente difforme da quanto accaduto.

Questa ambiguità porta, poi, con sé anche la necessità di risolvere il seguente conflitto intrinseco alla ricerca stessa: per quale motivo la testimonianza è portatrice di una falsificazione della realtà? Non basta, quindi, ipotizzare e provare che una testimonianza è falsa ma, come nel finale di un buon giallo investigativo, il detective di turno deve saper legare la testimonianza agli eventi e agli interessi di parte che la generarono.

Ho inserito il termine detective per anticipare la mia ridefinizione del metodo di studio, che chiamo investigativo - storico, proprio perché non può prescindere dal sindacare la veridicità delle fonti su cui si basa la ricerca stessa.

In pratica, si può dire che il fine della ricerca storica è tanto la ricostruzione dei fatti, quanto la verifica delle informazioni da cui parte la ricostruzione.

{D|2370|La verifica delle fonti}