DEI RICCHI

Primi strumenti per deturpare il territorio

 

. P 09/08/2003. E 29/09/2002.

Possiamo vedere alcuni parametri sintomatici della scarsa vivibilità delle nostre città? Come è iniziato il deturpamento del territorio italiano?

Ma arrivò la Legge 765 del 1968 che ribaltò la situazione, ponendo in mano ai privati la possibilità di proporre i cosiddetti “piani di lottizzazione”. Da questo momento le amministrazioni comunali cominciarono sempre più ad indietreggiare, delegando e finendo col subire la progettualità privata che però dimostrò ben presto non finalità organizzative e sociali utili alla comunità, ma per lo più speculative.

Così i piani regolatori - che in teoria avrebbero dovuto guidare l'urbanizzazione del territorio - contribuirono a legittimare una depredazione senza limiti. Essi hanno costituito solo un mezzo per agevolare gli interessi dei pochi che si sono visti tramutare il terreno da agricolo a fabbricabile, moltiplicandone il valore legato alla possibilità edificatoria. In questo modo si è innescata una corsa che in molti casi ha seminato prima corruzione nell'apparato politico e burocratico, poi ha scatenato l'aumento dei prezzi e infine l'abusivismo edilizio. Il meccanismo innescato infatti è stato di questo tipo:

1.      Il terreno agricolo vale molto meno di quello fabbricabile: ciò dipende dal fatto che l'agricoltura è diventata, a meno di certe colture particolari, un'attività tra le meno redditizie (meno ancora dell'attività edilizia in se stessa)

2.      Non tutti i terreni possono diventare fabbricabili e questo è legato proprio al principio della legge che è quello di contrastare l'urbanizzazione

3.      Chi può “dissuadere” gli amministratori (grazie ad un non meglio definibile “prestigio sociale”) è anche colui che più facilmente si vede aumentare il valore del proprio terreno connesso alla possibilità di edificazione

4.      Lasciando in mano a pochi la capacità edificatoria si innesca l'aumento del valore delle aree

5.      Chi è tagliato fuori dalla possibilità di costruire e non si può permettere o non vuole affrontare l'aumento del costo delle aree, ricorre all'abuso edilizio, ovvero costruisce dove non gli è legalmente consentito.

Il sistema messo in piedi dal legislatore non ha quindi funzionato, in quanto è diventato esso stesso mezzo di accumulazione di ricchezza e ha posto nelle mani di pochi la possibilità edificatoria. Di pari passo sono infatti diminuiti i piani per l'edilizia popolare, sia di tipo residenziale (PEEP) sia di tipo produttivo (PIP), che erano invece validi strumenti per combattere la speculazione edilizia, espropriando la possibilità edificatoria di pochi privati e distribuendola ad una più larga maggioranza.

Oltre al precedente perverso meccanismo la legge urbanistica ne ha messo in moto anche altri. In mancanza di piani regolatori o di programmi di fabbricazione, gli edifici residenziali non potevano essere costruiti con altezze che superassero i tre piani e, contemporaneamente, le superfici coperte degli edifici e dei complessi produttivi non potevano superare un terzo dell'area di proprietà. Ciò ha ovviamente favorito la dispersione dell'edificazione, invece di contenerla come era intento della legge.

La libertà di edificazione accordata ai privati necessitava inoltre di una legge che uniformasse i criteri di edificazione nel territorio italiano. Fu infatti sempre nel 1968, con il D.M. n. 1444, che si fissarono i

limiti inderogabili di densità edilizia, di altezza, di distanza fra i fabbricati e rapporti massimi tra spazi destinati agli insediamenti residenziali e produttivi e spazi pubblici o riservati alle attività collettive, al verde pubblico o a parcheggi da osservare ai fini della formazione dei nuovi strumenti urbanistici o della revisione di quelli esistenti.

Il metodo utilizzato dalla legge era quello che, una volta individuato il numero di abitanti insediabili in un'area, si stabilissero i metri quadrati di cui ognuno di essi avrebbe dovuto disporre per le superfici a servizio delle zone (parcheggi, verde pubblico, ecc.). Il meccanismo è un po' quello già visto in un precedente studio [1] dove un Paese modello viene progettato partendo dallo spazio vitale associato ad ogni abitante.

Questo studio permette di confrontare le superfici destinate per ogni abitante dalla legge con quelle previste nel Paese modello:

 

{L|primi_strumenti_tabella.htm|}

Tipo di area

D.M. 1444/68

Paese modello

Superficie lorda abitabile

25.00

60.00

Area per l'istruzione

4.50

9.94

Area per attrezzature di interesse comune

2.00

6.89

Spazi pubblici attrezzati a parco e per il gioco e lo sport

9.00

29.79

Parcheggi

2.50

16.20

Totale

43.00

122.82

{L||}

 

Tabella 1

 

Già fin d’ora è evidente la sproporzione di aree tra la legge e il modello progettato, con una superficie totale di quasi 3 volte inferiore a quella prevista nel Paese modello. Non vi è quindi da stupirsi se, dopo più di 30 anni di applicazione della suddetta normativa, ci lamentiamo dell'invivibilità delle città italiane, nonostante in Italia vivano 10 milioni di persone in meno di quante erano previste nello Stato modello.

L'invivibilità è ancora più accentuata dalle disposizioni normative che autorizzano a derogare da tali limiti (in teoria inferiori, ma effettivamente massimi) in più casi, tra cui quello dell'abitato esistente. [2] Di più il timore di violare l'architettura del passato, che ci ha regalato esempi storici che ci rendono famosi nel Mondo, ha condotto a conservare ogni cosa senza distinguo di priorità, aggiungendo nei pochi spazi a disposizione edifici moderni che hanno compresso e compromesso i centri storici.

A questo si aggiunga il fatto che la richiesta di ampliamento degli spazi residenziali e produttivi è andata aumentando molto di più rispetto all’aumento della popolazione stessa, come vedremo in qualche esempio.


{hr}

[1] Cfr. [Società]. Nello studio l'abitazione era denominata Appartamento, inserita all'interno di un Condominio situato nel Borgo. Più borghi costituivano il Paese modello. La progressione continuava poi fino allo Stato e all'urbanizzazione di tutto il pianeta.

[2] D.M. 1444/68, art. 4.

{D|15|Urbanizzazione continua in orizzontale}