DEI RICCHI

La normativa urbanistica nazionale italiana

 

. P 09/08/2003. E 29/09/2002.

Quali erano i principi su cui si fondava la legge fondamentale per l'urbanizzazione del territorio italiano?

Vorremmo dimostrare che l'abbrutimento del habitat nelle nostre città è avvenuto solo apparentemente sotto la spinta dello sviluppo economico. Quest'ultimo infatti non sarebbe dannoso all'ambiente se procedesse in sintonia con gli equilibri naturali e fosse disciplinato da regole ad hoc.

Purtroppo in Italia le normative urbanistiche (statali e locali) non hanno agevolato un’armoniosa trasformazione dell'edilizia. Anche in questo settore, come in quello economico, l'amministrazione statale (ma anche quella locale) non ha fatto che applicare leggi dai risultati nefasti anche su altri ambiti della vita sociale. Dai buoni principi iniziali si è approdati a normative che si sono rivelate semplicemente disastrose.

La Legge Urbanistica n. 1150 dell’ormai lontano 1942 cominciava con queste premesse:

L'assetto e l'incremento edilizio dei centri abitati e lo sviluppo urbanistico in genere nel territorio del Regno sono disciplinati dalla presente legge. Il Ministero dei lavori pubblici vigila sull'attività urbanistica anche allo scopo di assicurare, nel rinnovamento ed ampliamento edilizio delle città, il rispetto dei caratteri tradizionali, di favorire il disurbanamento e di frenare la tendenza all'urbanesimo.

I princìpi erano di una rilevanza esemplare, soprattutto nel momento in cui si tentava di ridurre il popolamento delle città (il cui ampliamento era comunque previsto ma nel rispetto dei caratteri tradizionali e di pari passo al loro rinnovamento), i risultati però non furono quelli attesi. Prima di tutto non sono stati attuati i piani regolatori previsti dall'art. 4 della legge, poiché solo nel 1972 vide la luce la Legge n. 8 che provvedeva a trasferire alcune competenze in materia di urbanistica alle Regioni, tra le quali:

-          l'approvazione dei piani territoriali di coordinamento previsti dall'art. 5 della legge 17 agosto 1942, n. 1150

-          l'approvazione dell'elenco dei Comuni soggetti all'obbligo della formazione del piano regolatore generale

-          l'approvazione dei piani regolatori generali.

Passarono perciò ben 30 anni prima di poter vedere alcuni Comuni (e non ancora tutti) al lavoro per stabilire un assetto futuribile per il loro territorio.

I piani regolatori, strumenti di attuazione di una politica progettuale, secondo la Legge 1150 del 1942 si attuavano nei “piani particolareggiati” che dovevano regolare tutte le opere (strade, verde, parcheggi) necessarie all'urbanizzazione delle aree. In particolare essi dovevano determinare

la profondità delle zone laterali a opere pubbliche, la cui occupazione serva ad integrare le finalità delle opere stesse ed a soddisfare prevedibili esigenze future. [1]

Vi era insomma sempre una costante attenzione verso lo sviluppo futuro, non inteso però solo come aumento di un qualche fattore in gioco, ma nell'accezione più generale di "esigenza", cioè necessità non preventivata al momento della realizzazione del piano.

Per l'attuazione del piano il Comune provvedeva, se necessario, ad espropriare

le aree inedificate e quelle su cui insistano costruzioni che siano in contrasto con la destinazione di zona ovvero abbiano carattere provvisorio. [1]

Il rapporto pubblico e privato si estrinsecava attraverso obblighi e diritti che il Comune gestiva cercando di ottemperare l'interesse sociale con quello individuale. Infatti:

Quelle fra le dette aree che in seguito all'approvazione del piano particolareggiato in cui sono comprese, risultino destinate alla edificazione privata, e vengano richieste dai primitivi proprietari [...], saranno dal Comune ricedute ai richiedenti, sempreché essi stessi si impegnino a costruirvi in proprio secondo le destinazioni del piano regolatore, ad un prezzo che, tenuto per base quello di esproprio, sia maggiorato solo di una quota commisurata alle spese incontrate dal Comune per le opere ed impianti di piano regolatore e all'importanza della destinazione. [2]

Per l'esecuzione delle sistemazioni previste dal piano particolareggiato che consistano in costruzioni, ricostruzioni o modificazioni d'immobili appartenenti a privati, il podestà ingiunge ai proprietari eseguire i lavori entro un congruo termine. Decorso tale termine il podestà diffiderà i proprietari rimasti inadempienti, assegnando un nuovo termine. Se alla scadenza di questo i lavori non risultino ancora eseguiti, il Comune potrà procedere all'espropriazione. [3]

[...] il podestà deve invitare i proprietari a dichiarare entro un termine fissato nell'atto di notifica se intendano procedere da soli, se proprietari dell'intero comparto, o riuniti in consorzio alla edificazione dell'area e alle trasformazioni degli immobili in esso compresi secondo le dette prescrizioni. [...] Quando sia decorso inutilmente il termine stabilito nell'atto di notifica il Comune procederà all'espropriazione del comparto. [4]

In pratica, l'edificazione privata non era del tutto libera ma vincolata solamente ad un progetto generale predisposto dal Comune. Il privato poteva e anzi doveva costruire, altrimenti vi provvedeva il Comune togliendogli la proprietà dei beni. L'iniziativa edificatrice era sostanzialmente in mano all'amministrazione, che la prevedeva e progettava e alla quale il privato doveva uniformarsi.


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[1] L. 1150/42, art. 13.

[2] L. 1150/42, art. 18.

[3] L. 1150/42, art. 20.

[4] L. 1150/42, art. 23.